Mafie e povertà, i 25 micro progetti sociali dei ragazzi del BandiniLab

In un inedito laboratorio di alternanza scuola-lavoro, promosso dal CSV di Parma, 500 studenti delle superiori si sono confrontati sui i problemi del territorio con i volontari che se ne occupano quotidianamente. E hanno proposto le loro soluzioni

di Francesca Moretti

Immaginate un grande edificio dall’aria un po’ alternativa (il “Wo.Pa.”), una vecchia fabbrica dismessa, fuori sgarrupata ma dentro allegra e curata nei piccoli dettagli, uno spazio capace di diventare, a giorni, locale da ballo, sala per incontri culturali, spazio per concerti, teatro. Immaginate: il bar, il palco, i grandi ambienti destrutturati e 15 metri di soffitto sulla testa.

Metteteci dentro più di cento ragazzi provenienti da scuole diverse, liceali o studenti degli istituti tecnici con l’aspettativa di diventare ingegneri, filosofi, biologi marini o chissà. Ora fateli incontrare con temi dei quali hanno sentito parlare solo da lontano e, in cinque giorni, portateli piano piano dentro alle questioni, magari facendoli parlare con volontari e operatori che quei temi li masticano, li respirano ogni giorno. Non annichiliteli ma metteteli in grado di intravedere e progettare un cambiamento di cui possano essere motori.
Ecco la ricetta del BandiniLab, il laboratorio di alternanza scuola-lavoro che il CSV di Parma Forum Solidarietà ha proposto per il secondo anno alle scuole secondarie di Parma e provincia. Arrivare al Wo.Pa. per gli oltre cinquecento ragazzi coinvolti, suddivisi in quattro turni settimanali di 120 studenti ciascuno, è stata probabilmente una partenza un po’ spiazzante. A diciassette anni la parola lavoro evoca l’immagine rassicurante di un ufficio, con i pc ben allineati sulle scrivanie, la fotocopiatrice e la macchina del caffè. Invece i ragazzi si sono trovati catapultati nel mondo liquido della progettazione sociale e dentro un modo diverso di apprendere, con compagni nuovi con cui imparare a collaborare e progettare.
Scrivere un progetto è un atto d’amore, è la cura che si ha di sé, delle altre persone, del proprio mondo; è prendersi a cuore i problemi urgenti della comunità e trovare una strada creativa per risolverli. Ma progettare è anche un’operazione rigorosa che implica un’attenta analisi dei bisogni, una messa a fuoco pertinente degli obiettivi, l’utilizzo del linguaggio e degli strumenti adeguati. E’ una scienza che si apprende sperimentandola.
Costruendosi un kit di competenze tecniche, gli studenti si sono messi in tasca anche quelle competenze trasversali imprescindibili nel nuovo mercato del lavoro. Perché ai professionisti del 2020 sempre più sarà chiesto di sapersi relazionare con gli altri, con i ruoli, le regole, saper affrontare richieste specifiche, riflettere sul proprio agire e sulle esperienze, diagnosticare. Tutti aspetti che richiedono allenamento.
A far da palestra sono stati due temi in particolare: mafie e povertà, volutamente declinate al plurale perché, la prima cosa che i ragazzi hanno scoperto, è che non ne esiste una sola forma. Chi ha permesso di entrare nelle questioni, sono stati i tantissimi volontari che si sono seduti nei cerchi dei ragazzi portando esperienze, sapere e talvolta emozione. Le loro parole, preziose come i sassolini bianchi per Pollicino, hanno indicato le strade possibili da percorrere.
Ascoltare le testimonianze appassionate di chi opera nel volontariato per il benessere degli altri, non ha nulla a che vedere con una lezione ordinaria, è qualcosa che si tocca con le mani e che tocca il cuore di ciascuno. Le storie che vengono dalle associazioni hanno fatto intravedere come il mondo possa essere cambiato a partire da quei piccoli gesti, che si sommano ad altri e altri ne generano. Per i ragazzi è stato contagioso. Ogni incontro ha fatto esplodere idee, voglia di fare e fiducia nelle possibilità di ciascuno. I venticinque micro progetti sociali redatti, ne esprimono la forma concreta.
Ci si è arrivati alternando sapientemente il lavoro di gruppo supportato dalle facilitatrici e i momenti in plenaria, percorrendo linguaggi e metodologie di lavoro diverse. A chiudere ognuna delle quattro settimane è stata la condivisione delle proposte, avvenuta l’ultimo giorno nella “lezione all’incontrario” dove i ragazzi sono saliti sul palco e, preso il microfono, hanno raccontato con creatività. Ogni volta l’aria sfrigolava di energia e concentrazione, in un sorprendente equilibrio di serietà e leggerezza. E mentre sul palco si alternavano video, presentazioni, azioni teatrali, nell’attenzione generale sempre altissima, succedeva qualcosa di inconsueto: si rovesciavano i ruoli ed erano i ragazzi ad aprire gli occhi agli adulti in ascolto. Ragazzi che hanno tanto da insegnarci e che non sono certo vasi da riempire, ma luci che abbiamo il dovere di tenere accese.
Il diario dell’esperienza è nel blog bandinilab.wordpress.com.

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Novembre 2017
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