“Impresa in carcere? Si può fare”. A Genova le migliori esperienze nazionali

La rete tematica di 13 associazioni coordinata dal CSV Celivo fa il punto sulle difficoltà e sui progetti futuri insieme alle eccellenze di altre regioni. Tutti d’accordo su lavorare in rete e comunicare meglio. I casi di Bottega solidale, Sc’Art!, Grafiche KC e Nabot.

di Francesca Sanguineti (CSV Genova)

Genova lavoro carcere1Deve superare non poche difficoltà quotidiane, ma regge ed è viva la rete di progetti per il lavoro in carcere a Genova e dintorni. Potrebbe essere la sintesi dell’incontro della Rete tematica Carcere riunitasi qualche giorno fa nel capoluogo ligure per fare il punto delle attività in corso, e soprattutto per rilanciare con nuovi progetti e idee. La rete, nata nel 2010, è coordinata dal Centro di servizio per il volontariato Celivo ed è composta da 13 associazioni non profit della provincia. In questa occasione aveva chiamato realtà di eccellenza da altre parti d’Italia per capire gli elementi in comune e per rispondere alla domanda di sempre: è davvero possibile fare impresa all’interno del carcere?

L’obiettivo primario delle associazioni di volontariato in carcere – cioè fare sì che il diritto al lavoro sia rispettato e il più possibile applicato – si scontra con una serie di problemi sintetizzati da Sandra Bettio, coordinatrice della Conferenza regionale volontariato giustizia Liguria: “Il primo riguarda il livello culturale e pratico mediamente basso delle persone che ci troviamo di fronte, mentre dall’altra parte la struttura penitenziaria non analizza il curriculum dei detenuti, facendo così perdere competenze che potrebbero essere utilizzate internamente. Molti ostacoli all’ingresso delle imprese private in carcere infatti sono poi dovuti al sistema interno dell’amministrazione penitenziaria, spesso inconciliabile con i modelli produttivi. C’è infine il turn over dei detenuti, che rende difficile l’investimento imprenditoriale”. Eppure, ha concluso Bettio, “siamo qui a dimostrare che il lavoro produttivo in carcere è possibile”.

Perché se da una parte c’è lo scenario nazionale ben poco soddisfacente ricordato da Paolo Trucco di “Bottega Solidale” – dei 16 mila detenuti che hanno lavorato nel 2016, anche saltuariamente, solo 2.700 lo hanno fatto per aziende esterne (ma per due terzi dall’interno degli istituti) – dall’altra ci sono cifre che testimoniano un calo drastico della recidiva per i detenuti che lavorano rispetto agli altri. E si accumulano i casi di eccellenza in cui le persone in carcere riescono a guadagnarsi uno stipendio e ad assimilare competenze e regole aziendali. Lo hanno testimoniato gli interventi di Nicola Boscoletto della pasticceria artigianale Giotto (carcere Due Palazzi di Padova), di Gian Luca Boggia di Extraliberi (Lorusso e Cotugno di Torino, serigrafia e stampa in digitale) e della Rete Freedhome–Creativi dentro, Liri Longo di Rio Terà dei Pensieri (Venezia; riciclo PVC, cosmetica, serigrafia, agricoltura biologica, pulizia aree urbane), Giusy Brignoli e Giusy Biaggi del progetto I buoni di Ca’ del Ferro-Coop. Nazareth (Cremona, confezionamento prodotti alimentari).

Ma protagoniste sono state soprattutto le esperienze locali, tutte concordi sulla necessità di continuare a lavorare in rete e di comunicare meglio l’efficacia dei progetti in carcere, sottolineandone il beneficio sociale ed economico per l’intera società. Vediamole in dettaglio (tra parentesi i nomi di chi ha svolto le presentazioni).

Bottega Solidale (Claudio Trucco) è una cooperativa con quasi trent’anni di attività, ha una mission legata al commercio equo solidale, ma negli anni ha sviluppato attività diverse. Dal 2008 ha avviato all’interno della casa circondariale di Marassi un laboratorio serigrafico dove vengono realizzate t-shirt lavorando su supporti di filiera garantita. Il laboratorio impiega 5 persone. Il mercato di riferimento è la rete di negozi equo solidali che commercializzano una linea di magliette dei cantautori italiani, ma la cooperativa è anche riuscita a entrare nella grande distribuzione con Carrefour e Coop ed ha avviato un sito di e-commerce che fa già numeri discreti. Il fatturato annuo varia da 350 e 220 mila euro, i ricavi coprono i costi diretti e di struttura e permettono di fare investimenti.

Sc’Art! (Etta Rapallo) è un’associazione di promozione sociale costituita da un gruppo di 10 donne (pensionate, creative, insegnanti, casalinghe) che ha ideato e avviato il progetto “Creazioni al fresco” condiviso con il Centro di solidarietà della Compagnia delle Opere: comprende due laboratori, uno nella casa circondariale di Genova Ponte Decimo e uno fuori. Si realizzano borse da spesa e complementi di arredo utilizzando gli striscioni pubblicitari dismessi e la tela degli ombrelli rotti. A Genova gli ombrelli si rompono facilmente per il vento ed esistono diversi punti di raccolta. Il coordinamento è svolto da una volontaria e da una persona a tempo pieno; attualmente sono impiegate 4 donne in borsa lavoro che lavorano all’interno del carcere e 3 assunte con contratto tessili in esterno. Una delle soddisfazioni maggiori è stata la firma di un contratto di lavoro per donne che hanno già raggiunto la cinquantina. Fatturato 70 mila euro, di cui 50 mila dal carcere.

Grafiche KC (Giacomo Chiarella) gestisce una tipografia-legatoria aperta 30 anni fa. Nel 2009, grazie all’incontro con la Veneranda Compagnia di Misericordia, ha tentato di aprire una succursale nel carcere di Marassi, ma senza successo. Qualche anno dopo, grazie all’apporto del Centro di solidarietà della Compagnia delle Opere, ha realizzato un progetto nel carcere di Ponte Decimo riuscendo ad aprire la succursale. A distanza di un anno e mezzo sono state formate 6 persone di cui 3 avviate al lavoro. Hanno iniziato con borse lavoro, ma l’obiettivo è l’assunzione. Il progetto è ancora in negativo, le difficoltà quotidiane sono tante. Per questo l’azienda si sta inventando servizi concorrenziali, come la lavorazione a punto giapponese, una pratica molto manuale che nessuno propone.

Genova lavoro carcere2Nabot (Claudio Solari) è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2003 a Chiavari per dare lavoro a un detenuto del carcere locale. Oggi conta 21 soci lavoratori di cui 10 svantaggiati e 2 agli arresti domiciliari, più un detenuto in borsa lavoro. La cooperativa ha iniziato con la raccolta degli indumenti, successivamente ha aggiunto alle attività traslochi e sgomberi. In tempi più recenti ha avviato il progetto “verde” gestito con persone agli arresti domiciliari: pulizia di terreni e loro coltivazione con prodotti orticoli. Attualmente gestisce 15 terreni per circa 30 ettari sparsi sul territorio, ha iniziato a seguire gli uliveti, producendo olio, e i noccioleti (fonte di reddito notevole) ripristinando i boschi e raccogliendo le nocciole che vengono vendute a una ditta di Genova che realizza crema spalmabile e altri prodotti. Dalla spremitura delle nocciole ricava anche olio da condimento per il pesce e olio cosmetico. Ultimamente ha avviato un rapporto con il carcere di Chiavari per il ripristino di mobili antichi provenienti dagli sgomberi e la realizzazione di oggetti con il legno di ulivo.

 
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