La fatica di dimenticare: disturbi psichici per un richiedente asilo su due

Una ricerca svolta tra Padova, Rovigo e la Brianza dall’associazione Psicologo di strada, e supportata dal CSV di Padova, rivela disturbi post traumatici da stress nel 54% dei casi. “Soffrono di disorientamento nostalgico”, ma spesso hanno solo bisogno di parlare 

di Anna Donegà

Le persone richiedenti asilo che arrivano in Italia sono facilmente “etichettate” come aggressive, che non sanno adattarsi, che rifiutano ogni aiuto. Gli errori che commettiamo, quasi tutti, sono di non capire le motivazioni di tali atteggiamenti e di non entrare in relazione e in empatia rispetto al vissuto di queste persone, spesso molto giovani. L’associazione padovana Psicologo di Strada ha cercato di approfondire lo stato psico-fisico delle persone in fuga accolte nel nostro Paese con una ricerca, prima nel suo genere in Italia, supportata dal Centro di servizio volontariato di Padova. Ciò che emerge è un campanello d’allarme: un migrante su due, nello specifico il 54% degli intervistati presenta sintomi del disturbo post traumatico da stress (Ptds).

Tra questi c'è W. ospite in una piccola struttura in Polesine. E' un giovane africano, reduce da un viaggio molto difficile, durante il quale ha subìto una ferita che gli ha lasciato danni permanenti anche se non per questo è invalido. Dopo aver compilato i questionari con l'aiuto di una mediatrice ha chiesto di parlare con i volontari di Psicologo di strada perché finalmente qualcuno si era interessato non tanto alla sua storia quanto a quello che sentiva, che nel suo caso dopo mesi e mesi di attesa in un centro di accoglienza, sia pure relativamente confortevole, era la perdita di prospettiva sul futuro. Ne sono scaturiti alcuni colloqui di counselling che hanno consentito a W. di riprendere almeno in parte in mano il filo del proprio destino. Come tutti, in fondo, aveva solo bisogno di parlare

C'è poi A. una donna africana, di una quarantina d'anni. Anche lei ha compilato i questionari, senza lasciar trapelare particolari emozioni. Ma quando ha letto la domanda "Hai cercato di non parlarne?", è scoppiata in un pianto dirotto. Sì, era così, aveva cercato di non parlarne, ma finalmente in un ambiente protetto e riservato era venuto il momento di tirar fuori la sua tristezza. 

Le storie e i dati raccolti da W. e di A., insieme alle altre, evidenziano che il livello di sofferenza all’interno del campione risulta alto e, in particolare, confermano la presenza di sintomi del Ptsd in percentuale superiore rispetto alla popolazione generale. La strategia difensiva psicologica prevalente dei rifugiati e richiedenti asilo è “evitare” e “dimenticare”.

La ricerca, condotta da Laura Baccaro, criminologa psicologa e presidente dell’associazione Psicologo di Strada, e dal collega Cristiano Draghi si è svolta tra l’autunno 2016 e l’estate 2017 ed ha coinvolto 50 richiedenti asilo ospitati presso strutture gestite da cooperative a Padova, Rovigo, Arquà Polesine, Lama Pezzoli, Limbiate (Brianza). Si tratta di 47 maschi e tre femmine, età media 26 anni e sei mesi, in maggioranza africani provenienti soprattutto da Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea Conakry; tre gli asiatici, un siriano. Il 74% e celibe, gli altri sposati, vedovi o separati. Tutti gli africani (92% del campione) hanno raggiunto l’Italia facendo l’ultima parte del loro viaggio su gommoni o barconi; gli asiatici con vari mezzi, fra cui piedi e treno. Per raggiungere l’Italia hanno impiegato da un mese a oltre due anni. Il 10% è qui da meno di tre mesi, il 40% da tre a sei mesi, il 20% da sei a dodici mesi, il 24% da uno-due anni, il 6% da oltre due anni. L’82% del campione afferma di volere rimanere in Italia.

Draghi spiega che la particolarità del migrante richiedente asilo è tale che è difficile distinguere lutto, difficoltà di adattamento, effetti di traumi ripetuti, ai quali si possono contrapporre la resilienza dimostrata da questi soggetti, il loro compito di assistenza economica delle famiglie d'origine, il sollievo dato dalla riuscita fuga dal territorio d'origine. “Personalmente penso che le categorie occidentali del Dpts, identificato osservando reduci di guerra occidentali e vittime di episodi singoli come attentati, bombardamenti, incidenti mal si adattano ai richiedenti asilo, per i quali per esempio Papadopoulos parla piuttosto di disorientamento nostalgico".

Al di là della teoria però, la ricerca vuole focalizzare l'attenzione sulle strategie per ridurre il disorientamento fin dalle primissime fasi dell'accoglienza, momento cruciale per agire tempestivamente ed evitare che i sintomi si trasformino in atteggiamenti negativi. “Ritengo che questi dati vadano tenuti in forte considerazione da chi si occupa dei flussi migratori e da chi gestisce localmente i centri di accoglienza, - termina Laura Baccaro. - La principale conclusione che abbiamo tratto dai dati è che il richiedente asilo cerca di sfuggire al dolore, ma non riesce a farlo e ciò accresce la sua sofferenza. Un intervento precoce e strutturale su coloro che arrivano da noi potrebbe prevenire fenomeni relativi al singolo, evitare cure successive e migliorare anche l'inclusione e l'integrazione dei medesimi migranti”.

Appello che risulta particolarmente significativo in queste ore nelle quali un corteo di 200 migranti sta marciando verso Venezia dalle strutture di accoglienza di Bagnoli e Cona per denunciare le condizioni critiche nelle quali si trovano a vivere.

 

 
Dicembre 2017
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