Roma, non profit di nuovo “assolto”. Ma sugli affitti delle sedi è ancora stallo

Era regolare la proroga della gestione delle mense sociali gestite tra gli altri da Caritas, Astalli e S. Egidio: nessun danno erariale, anzi risparmio per il comune. Che però, nonostante varie sentenze, non fa nulla per risolvere il caos delle sedi di quasi 300 associazioni 

di Paola Springhetti

Ancora una volta, un presunto scandalo nel mondo del non profit si risolve in una bolla di sapone.

A Roma, tra 2011 e 2015, il comune ha affidato la gestione delle mense sociali alla Caritas diocesana, al Centro Astalli dei Gesuiti, alla Comunità di Sant’Egidio, all’Istituto Don Calabria e all’Esercito della salvezza: le gestivano già da tempo, anzi le avevano fondate, si è trattato quindi una semplice proroga, concessa però senza gara europea.

Nel maggio 2017 la Corte dei Conti ha accusato i funzionari, che avevano firmato le proroghe, di danno erariale per un ammontare di 9 milioni. Ma pochi giorni fa è arrivata la notizia che la stessa Corte li ha assolti, portando varie motivazioni (qui l’articolo del quotidiano Avvenire). Quella fondamentale è che l’affidamento diretto in convenzione ad associazioni senza scopo di lucro contribuisce «alla finalità sociale ed al conseguimento degli obiettivi di solidarietà ed efficienza di bilancio» e che per questo è lecito derogare, in alcuni casi, dalle regole di evidenza pubblica. In questo caso il Comune erogava agli enti in questione un contributo, non un corrispettivo per i servizi svolti.

Secondo. Si trattava di un servizio che rientra nei livelli essenziali di assistenza sociale e le convenzioni hanno permesso di «far fronte all’emergenza sociale del territorio della Capitale in maniera stabile ed efficace».

Terzo. Gli enti ricevevano un contributo per i pasti, ma offrivano anche una serie di servizi collaterali, «resi dagli stessi senza alcun finanziamento da parte del comune»: ascolto, segretariato, presa in carico delle persone in difficoltà.

Quarto. Tutto questo costava al comune meno di quanto paga da quando ha fatto la gara: indetta nel 2016, è stata vinta dagli stessi enti, che però da allora ricevono 5,37 euro per ogni pasto, mentre prima la cifra era ferma a 3,95, meno di quanto l’Anac (Autorità nazionale anti corruzione) indicava come prezzo base del pasto senza servizi aggiuntivi: 4,62 euro. Dunque, non solo non c’è stato danno erariale, ma il comune risparmiava.

 

Foto © Andrea Marcuz - progetto Fiaf - CSVnet
Foto © Andrea Marcuz - progetto Fiaf - CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano"

 

Questa storia ha forti analogie con quella che, sempre a Roma, ha coinvolto tra 250 e 300 associazioni ed enti non profit che avevano sede in locali di proprietà del comune affidati loro a canone scontato: si sono visti intimare lo sfratto ed esorbitanti richieste di arretrati, dopo che la Corte dei Conti aveva accusato – ancora una volta – di danno erariale i funzionari che avevano firmato i contratti. Anche in questo caso, la Corte dei Conti stessa li ha assolti (dovrebbero essere fino ad ora una settantina le sentenze in questo senso), ma la situazione degli enti non trova soluzione.

Finiti i processi, la soluzione non può che venire dall’amministrazione del comune. Nel giugno scorso, è stata emanata una direttiva, che invitava a riesaminare i provvedimenti in questione, e l’allora assessore al Patrimonio, Andrea Mazzillo, aveva dichiarato: «Da un lato vogliamo evitare di mettere a rischio la sopravvivenza di associazioni di volontariato, sociali e culturali, a causa della richiesta di canoni pregressi al 100 per cento del valore di mercato; dall’altro bisogna scongiurare il rischio di occupazioni abusive o il degrado degli immobili conseguente al loro abbandono nelle more delle nuove assegnazioni con procedure a evidenza pubblica» (è successo, infatti, che i locali liberati da alcuni enti sfrattati sono stati poi occupati abusivamente). Ma a quella direttiva non sono seguiti atti concreti da parte dell’amministrazione, se non frammentari.

Qualche associazione ha ricevuto una lettera dal comune, in cui si diceva che può continuare a pagare il canone scontato, e non si capisce perché quelle poche sì e gli altri no; alcune hanno lasciato la sede mentre le altre tengono duro, ma con la spada di Damocle dello sfratto; qualcuna – prima delle sentenze della Corte – ha pagato gli arretrati; alcune hanno scoperto che una parte dei loro pagamenti mensili non risulta…

Più volte l’amministrazione ha dichiarato di voler mettere gli spazi a bando, ma questo equivale a cacciare via gli enti, perché, risultando formalmente morosi a causa delle richieste di arretrati, non potrebbero partecipare alla gara. L’amministrazione sta anche lavorando ad un nuovo regolamento, che avrebbe dovuto essere pronto entro il 2017, ma di cui non si sa ancora nulla (e comunque le associazioni non sono state chiamate a dare il loro contributo).

È evidente che dietro tutto questo ci sono almeno due elementi di scenario. L’idea ormai prevalente nei media e nell’opinione pubblica che il patrimonio immobiliare pubblico deve essere messo a reddito, e la sottovalutazione dell’importanza di immetterlo invece in una economia circolare che magari frutta meno sul piano delle risorse economiche, ma molto di più per il tessuto sociale e culturale della città. E la mancanza di un dialogo tra pubblici amministratori e mondo dell’associazionismo non profit: una mancanza di fiducia reciproca che ha conseguenze drammatiche.

 

 
Febbraio 2018
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