Centri di servizio per il volontariato: un ruolo che va oltre le consulenze

Le prospettive dei CSV e della loro associazione dopo la riforma del Terzo settore nell’intervista al presidente Stefano Tabò su “Reti solidali”, in vista dell'assemblea elettiva del 10 febbraio 

di Paola Springhetti

Questo articolo è stato pubblicato su Reti Solidali, la rivista on line di Cesv e Spes, i Centri di servizio per il volontariato del Lazio.

Tra pochi giorni, il 10 febbraio, si svolgerà l’assemblea nazionale di CSVnet che rinnoverà i suoi organi sociali ed eleggerà il presidente. È un’assemblea che cade in un momento particolare, sia per i singoli centri che per il coordinamento stesso, a causa della Riforma del Terzo Settore che sta giungendo a compimento, ma anche delle sfide che la società e il mondo del volontariato pongono. Ne abbiamo parlato con Stefano Tabò, attuale presidente e candidato alla rielezione “per il tempo necessario ad accompagnare questa fase di transizione”, come ha specificato pochi mesi fa, durante l’ultima conferenza nazionale del coordinamento.

Con la riforma CSVnet ha avuto un riconoscimento formale. Come cambierà adesso il proprio ruolo?

«Rispetto al modo con cui abbiamo lavorato e agli obiettivi che ci siamo dati fino ad oggi direi quasi che non cambia nulla. La normativa riconosce una realtà, ma soprattutto delle finalità che avevamo già perseguito e fatte nostre in precedenza. Questo non significa che il contesto e il piano relazionale non subiscano modificazioni, sia per quanto riguarda le relazioni infra-associative, cioè fra i CSV, sia soprattutto per le interlocuzioni esterne. In questo senso abbiamo completato la rete, che è fatta di singoli punti qualificanti e qualificati, che rendono visibile l’azione nei territori e nelle comunità e nello stesso tempo hanno una visione di insieme. Possiamo finalmente parlare di sistema dei CSV. È significativo che sia i linguaggi, sia i contenuti di molte delle disposizioni contenute nelle norme erano state anticipate nelle nostre assemblee e nei nostri documenti.
È quindi una riforma che non viviamo come una irruzione nella nostra identità, ma che apprezziamo per l’esatto contrario, perché è coerente con la visione culturale che noi abbiamo avuto su noi stessi».

Ciò nonostante per i CSV si apre una stagione di cambiamento: la norma dà indicazioni che vanno riempite di contenuto. CSVnet li può aiutare? E come?
«È inevitabile che in una fase evolutiva – che può comunque contare su un patrimonio di 20anni di esperienza – ci siano nuove mappe relazionali, che incidono anche nella scelta e nell’equilibrio dei servizi. Il primo aiuto di CSVnet, inteso come luogo comune, non come soggetto terzo, è quello di identificare questi nodi e queste domande. Abbiamo già iniziato a farlo, in modo particolare nella Conferenza che si è svolta a settembre a Roma, e ci siamo subito accorti che non si tratta di temi che si esauriscono in una battuta. Poi c’è l’impegno di trovare risposte il più possibile omogenee – beninteso non in termini di programmazione, che appartiene ai territori e singoli CSV – ma sul piano della coerenza generale. E su queste garantire due aspetti. Il primo è quello della sostenibilità: parliamo di centri che hanno un’organizzazione, un budget, delle risorse… le aspettative devono essere congrue con queste realtà concrete, anche in termini di priorità, per cui la prima domanda è: per promuovere lo volontariato italiano, quali sono gli atti più importanti o irrinunciabili? CSVnet può essere il luogo nel quale fare insieme delle riflessioni.
Il secondo riguarda i nuovi organi di controllo, che hanno un ruolo anche di promozione e supporto. Il primo compito dell’ONC è di rendere fattibili i CSV e metterli in condizione di raggiungere gli obiettivi.»

Molti CSV, compresi quelli del Lazio, hanno iniziato i loro percorsi di unificazione, alcuni li hanno già portati a termine. È un impoverimento o un arricchimento?
«CSV net non ha trovato una sintesi su questo tema. Credo che, comunque sia, ci siano tutte le possibilità perché questa evoluzione non mortifichi le esperienze né le identità, semmai le potenzi. Il presupposto è che, centro per centro, si attivino le migliori energie. Gli aspetti tecnici, giuridici, regolamentari sono solo il riflesso della volontà di fare bene. Dobbiamo ridirci ancora una volta, come abbiamo fatto vent’anni fa, che un CSV che non appartenga a nessuna area culturale od operativa del Terzo settore e del volontariato, ma sia invece uno strumento comune è non solo una sfida, ma anche un’opportunità. Se i CSV sono destinati a diminuire, non deve diminuire la capacità di leggere le tendenze della società e del volontariato, semmai deve potenziarsi la loro azione per questa risorsa importante per la coesione del nostro Paese. Questa finalità non è stata scalfita dalla riforma, anche se delle tentazioni di ridimensionamento c’erano.»

La platea cui CSV sono chiamati a offrire servizi e percorsi si allarga. Le risorse però no.
«CSVnet ha fatto un accordo con ACRI, che consente di introdurre stabilità al finanziamento. I fondi sono molto meno (circa un quarto) di quelli di alcuni anni fa, ma sono almeno il minimo vitale. Poi c’è tutto il tema delle risorse aggiuntive, che il Codice del Terzo settore prevede. Alcuni CSV su questo sono già intervenuti, mentre altri sono più critici rispetto a questa possibilità, perché temono di compromettere l’identità dei CSV, mettendo in concorrenza la nostra rete con altre reti del settore.
Ancora una volta, torniamo al tema delle mappe relazionali da ridisegnare insieme ai nostri interlocutori: c’è un lavoro di mutuo riconoscimento da mettere in campo. In questa fase di passaggio credo che debba prevalere la disponibilità, ma anche la prudenza: la riforma deve ancora essere portata a termine e serve gradualità anche nella programmazione. Anche le aspettative vanno educate.»

È possibile ipotizzare per i CSV un ruolo che non sia solo quello di erogatori di servizi?
«La domanda va posta in altri termini: che cosa è servizio? La nostra esperienza ci dice che servizio non è solo quello tecnico, materiale, logistico, non è solo consulenze su aspetti gestionali e così via. Servizio è anche sostenere la capacità di interlocuzione che il volontariato ha con le istituzioni e anche con la pubblica opinione. Prima che i CSV, è il Paese che sta vivendo una vera fase di transizione e in questa transizione il volontariato deve avere spazio e possibilità di contagio, più di quelli che ha avuto fino ad ora. Non basta quindi una legge che lo promuova: bisogna andare oltre.
Non sto parlando solo del numero dei volontari – che sono tanti, ma non sono la maggioranza della popolazione – ma del modo con cui la nostra comunità e le sue istituzioni vedono e tentano di risolvere i problemi sociali. Il volontariato ha un patrimonio che deve essere speso. Serve quindi un accompagnamento e un sostegno alla crescita del volontariato e del Terzo settore e alla sua capacità di trasformare i modi di vedere e di intendere della comunità. Preoccupa la stanchezza con cui alcuni temi – come la democrazia, la partecipazione, la corresponsabilità – vengono affrontati. Il volontariato deve essere fermento, capace anche di denunciare alcune derive pericolose.
Nel pieno rispetto del nostro ruolo, la rete dei CSV deve individuare obiettivi strategici anche in termini di campagne di comunicazione, che facciano la differenza. Per questo mi auguro che si chiuda il prima possibile la fase della scrittura degli statuti, per concentrare idee e risorse sulla finalità che ci è data dalla la norma, ma che ci è affidata dal mondo del Terzo settore.»

Come contributo alla prossima assemblea elettiva di CSVnet, i CSV del Lazio, Cesv e Spes, hanno pubblicato un documento, che si può leggere a questo link.

 
Febbraio 2018
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