Un terzo settore sempre più “produttivo”. La riforma letta da Stefano Zamagni

Al laboratorio sulla valutazione dell’impatto sociale organizzato da CSVnet e Aiccon, l’economista dà un giudizio positivo sulla legge: “Da oggi per fare il ‘bene’ gli italiani non devono più chiedere il permesso alle istituzioni”

di Clara Capponi

Dopo 75 anni finalmente il nostro paese si è dotato di una legge organica sul terzo settore; si tratta di un traguardo perché abbiamo superato la logica delle norme dedicate ai singoli comparti del non profit, ma soprattutto perché abbiamo vinto una battaglia di civiltà: da oggi per fare il ‘bene’ gli italiani non devono chiedere il permesso alle istituzioni e il diritto di associarsi è riconosciuto già sul piano legislativo”.

Un giudizio più che positivo, quello espresso sulla riforma del Terzo settore da Stefano Zamagni, economista ed ex presidente dell’Agenzia delle onlus. Il professore ha aperto, con una conferenza live streaming da Roma, la prima tappa del laboratorio per i CSV che CSVnet e Aiccon, insieme all’associazione di promozione sociale e culturale Social Seed, hanno deciso di realizzare sulla valutazione dell’impatto sociale, una delle novità più importanti introdotte dalla nuova legge.

Zamagni ha offerto una lettura politica della riforma, ritenendola capace di far superare l’“alternativismo” – ovvero la tendenza di una certa parte del non profit ad isolarsi dalla realtà circostante senza cercare una via di integrazione e senza cambiare nulla – per affermare un modello incentrato sulla “biodiversità” in cui tutti i soggetti del terzo settore sono complementari ad altri (compresi quelli del profit) e dimostrano “che si può operare sul mercato in modo diverso”.

Da un punto di vista più tecnico e soffermandosi soprattutto sul decreto legislativo dedicato al Codice del Terzo settore, l’economista ha sottolineato l’importanza di aver riconosciuto il terzo settore, “produttivo” ovvero capace di produrre utilità sociale, la valorizzazione del volontariato come “punta di diamante” di tutto il comparto. Un altro elemento che Zamagni ha voluto evidenziare è il concetto di finanza sociale, che interviene così per la prima volta nel sistema giuridico italiano. Come ha spiegato il professore, si riconosce, infatti, che non c’è solo una finanza speculativa ma anche una finanza che “deve servire a dare ali concrete ai soggetti del Terzo settore”; questo sarà possibile grazie ai nuovi strumenti finanziari introdotti quali i social bonus e i “titoli di solidarietà”.


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Zamagni ha poi affrontato il tema al centro dell’incontro, la valutazione dell’impatto sociale delle attività del terzo settore; la riforma infatti prevede una chiara comunicazione dei risultati e lo sviluppo di processi di valutazione dell’impatto sociale della attività svolte. L’economista ha presidiato una commissione di lavoro dedicata al tema e finalizzata alla redazione di linee guida - che saranno licenziate entro questo mese.

Un compito non facile visto che “molti temono la valutazione dell’impatto sociale, confondendo il concetto di valutazione con quello di giudizio; in realtà la valutazione dell’impatto sociale serve a valorizzare le attività svolte. Bisogna spostare il centro della discussione sui criteri in base ai quali si andrà a valutare l’impatto, visto che ad oggi non c’è una ‘metrica’ condivisa”.

Un primo criterio, ha affermato Zamagni, dovrebbe essere ad esempio quello della proporzionalità: “La valutazione dell’impatto deve adattarsi all’entità dell’organizzazione; non possiamo pretendere di valutare l’impatto di enti i cui proventi superano i 500mila euro alla stregua delle organizzazioni con utili intorno ai 5 mila euro e che rappresentano l’80% di tutto il terzo settore”.

Un altro criterio è il concetto stesso di valutazione, da interpretare come “uno strumento di difesa, una misura positiva e non rischiosa come molti hanno inteso; la riforma non impone la valutazione ma propone delle linee guida che tutte le organizzazioni possono seguire qualora gli enti locali chiedano la valutazione dell’impatto per l’affidamento di servizi o la realizzazione di attività”. Non a caso sarà l’ente stesso a definire in autonomia indici ed indicatori per la valutazione dell’impatto sociale, con l’unico obbligo di motivare la scelta effettuata. Si tratta di una svolta importante perché si supera la logica di una misurazione quantitativa basata sull’efficienza valorizzando l’efficacia del proprio operato.

“Bene che CSVnet e Aiccon abbiano pensato di realizzare questo percorso formativo rivolto ai CSV – ha concluso Zamagni – per riflettere sui criteri per la valutazione dell’impatto sociale e chiarire gli altri principi; una collaborazione che valorizzerà il bene che il volontariato può fare”.

All’incontro, che era stato aperto dal Consigliere delegato di CSVnet per questo tema Ermanno Di Bonaventura, era presente anche il direttore di Aiccon Paolo Venturi che ha illustrato gli obiettivi dei laboratori rivolti ai presidenti e direttori dei CSV e che si terranno tra luglio e settembre. Il percorso permetterà ai CSV di ripensare i servizi erogati sulla base dei bisogni emersi dai territori trovando le modalità migliori per la loro rendicontazione. Nei laboratori i CSV lavoreranno anche alla definizione degli indicatori per la misurazione dell’impatto sociale dei propri servizi.

“Sono 20 anni che esistono i CSV in Italia; – ha affermato il presidente di CSVnet Stefano Tabò chiudendo l’incontro – e sappiamo che l’eredità di questi anni di lavoro avrà un futuro. Ma troppo spesso in passato i CSV sono stati valutati in base alla capacità o meno di spendere il budget a disposizione o la ripetitività delle attività programmate. La valutazione dell’impatto sociale applicata ai servizi erogati dai CSV ci consente invece di ragionare in un’ottica di medio e lungo periodo capace di restituire alla promozione del volontariato, uno degli elementi chiave del nostro mandato ma anche della Riforma stessa, la consistenza di cui ha bisogno”.

“Se questa logica diventerà patrimonio comune – ha aggiunto – possiamo guardare ai Centri sempre più come agenti di sviluppo del volontariato, capaci di cogliere i diversi bisogni dei territori e di condividere questo patrimonio di conoscenze non solo con i destinatari dei servizi ma anche con gli altri attori del nostro mondo: le fondazioni di origine bancaria e gli enti di terzo settore. La partecipazione di tutti i CSV a questo percorso formativo è strategica e proprio per questo la valutazione dell’impatto sociale sarà un tema importante anche per la nostra prossima conferenza nazionale, in programma a settembre”. 

 
Novembre 2017
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