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La sfida del “volontariato senza divisa”, tra altruismo e divertimento

Volontario Retake

Le conclusioni del convegno organizzato da CSVnet e Ciessevi Milano a partire dalla ricerca sui 5.500 volontari di Expo. L’impegno episodico non è in contrapposizione con quello in organizzazioni strutturate. Sta a loro cogliere questa occasione

Il volontariato episodico è il volontariato del futuro: interessa una fetta sempre più ampia di cittadini, non è limitato solo ai grandi eventi ma riguarda temi trasversali, dalla cura dei beni comuni alla gestione delle emergenze. E non è affatto in contrapposizione con il volontariato “tradizionale” organizzato: al contrario rappresenta per le associazioni, se la sapranno cogliere, un’occasione di crescita e aggiornamento, una vera e propria nuova stagione.

È questa la sfida posta dal “volontariato postmoderno”, secondo quanto emerso dalla lettura del report intermedio dell’indagine sui volontari di Expo 2015 presentata oggi a Roma durante il convegno organizzato da CSVnet e Ciessevi Milano nella sede di rappresentanza del Banco Popolare.

Con il Programma Volontari per Expo, CSVnet e Ciessevi Milano, insieme alla rete dei 68 CSV italiani, avevano individuato e formato i 5.500 cittadini (su 9.900 candidati) che da maggio a ottobre del 2015 hanno svolto un servizio di volontariato durante Expo Milano. Durante e al termine di questa esperienza, avevano inoltre commissionato una ricerca quantitativa e qualitativa su di essi a un’équipe del Seminario permanente di studi sul volontariato, e delle università di Verona e Statale di Milano.
Expo è solo la punta dell’ iceberg – ha detto il presidente di Ciessevi Milano Ivan Nissoli aprendo i lavori – un’esperienza che ci ha messo in contatto con tante persone che hanno avuto la voglia di mettersi a disposizione degli altri. Grazie alla ricerca che in modo inedito ha fatto collaborare diversi atenei per la realizzazione di uno studio sul volontariato, abbiamo capito i contorni di questa forma di volontariato, episodico, legato soprattutto agli eventi, che si sta affermando sempre di più”.

Un trampolino di lancio

I risultati della parte quantitativa della ricerca sono stati illustrati da Anna Maria Meneghini, docente di Psicologia di comunità all’università di Verona. La maggior parte dei volontari di Expo era sotto i 30 anni (età media 27,5) e quasi un terzo sotto i 20. Alto il livello di istruzione: il 54% era diplomato e il 37,5 laureato o con titolo post laurea. Più di 4 su 10 (43%) avevano saputo di questa opportunità attraverso internet, il 14,6% dalla stampa o dalla radio, gli altri dal passaparola di amici, parenti, colleghi ecc.
Il 41% erano “new entry”, cioè alla prima esperienza di volontariato; il 59% era composto invece da “experienced”, ovvero avevano già svolto attività volontaria, quasi sempre in maniera continuativa. L’85% del totale era comunque alla sua prima volta ad un servizio in un grande evento simile (es.: Olimpiadi, Anno santo ecc.), mentre il 45% non aveva mai prestato un servizio nella forma definita “continuativa”.

La ragione più importante della scelta di fare volontariato a Expo era legata ad aspetti personali e culturali: nell’ordine, conoscenza, valori, accrescimento, carriera. Altre riguardavano la partecipazione attiva all’evento e motivazioni sociali/comunitarie (“Mi dà l’occasione di contribuire a qualcosa di utile per la collettività”).
Comunque, il 98% dei 5.500 giovani avrebbe consigliato l’esperienza di Milano ad amici e parenti; e la stragrande maggioranza, oltre Il 96.5%, era disposta a svolgere un’attività di volontariato anche in futuro, soprattutto in forma episodica 64%).
In particolare, è emerso che è più probabile che siano i volontari “Experienced” a voler continuare in futuro un’attività di volontariato rispetto ai “New entry”; e che è più probabile che siano questi ultimi a voler proseguire in una “forma episodica”, pur non escludendo affatto forme continuative. Più nel dettaglio, per realizzare la loro intenzione futura di fare ancora volontariato, i “New entry” consulteranno prevalentemente i siti internet delle associazioni per “aspettare l’occasione giusta”; mentre i volontari “Experienced” restano più propensi a informarsi presso le associazioni, i CSV o altri canali.
L’esperienza di Expo, ha concluso Meneghini, si è caratterizzata tra l’altro per tre aspetti: “Ha attirato sia volontari con esperienza, sia potenziali, in particolare giovani; ha dimostrato che il volontariato episodico si accosta e non esclude quello tradizionale; anzi può costituire il trampolino di lancio verso di esso”.

Allegro e divertente

“Un’esperienza bella, travolgente”. È una delle frasi riportate da Antonella Morgano, ricercatrice dell’università di Verona, nel descrivere la parte qualitativa della ricerca, basata su interviste approfondite a 31 volontari. Una parte in cui viene espresso in parole l’alto tasso di gratificazione vissuto dai volontari di Expo, molti dei quali “hanno anche superato un iniziale scetticismo”. Riguardo l’orientamento futuro, Morgano ha sottolineato come per i “New entry” l’atteggiamento sia “flessibile, si potrebbe dire situazionale”. Infine ha illustrato una tabella in cui venivano tracciate le differenza tra il volontariato tradizionale e quello episodico dal punto di vista degli intervistati, nella quale il primo veniva sintetizzato nelle parole “impegno e costanza”, il secondo in “allegro e divertente”.

Rompere il diaframma

È toccato a Maurizio Ambrosini,docente di Sociologia l’Università degli Studi di Milano, esporre le riflessioni conclusive di quanto finora emerso dalla ricerca. “E’ vero che queste nuove forme di volontariato – ha sottolineato – esaltano la dimensione soggettiva dei volontari, ma il soggettivismo non è per forza una cosa negativa: in questo caso è aperto all’impegno e all’altruismo. Questi volontari cercano essenzialmente un’esperienza arricchente, ma leggera: sono ‘volontari senza divisa’, sempre meno legati a sigle o organizzazioni specifiche, e sempre più attratti dall’idea di impegnarsi insieme agli altri e di vivere il volontariato come occasione di scambio e di incontro, e di crescita individuale. In loro si rileva un mix di desiderio di protagonismo e di senso civico, e una insoddisfazione di fondo delle forme di volontariato esistenti; per questo si va sempre più verso una partecipazione diretta, cioè non mediata dalle organizzazioni”.
La diffusione di questa partecipazione occasionale, ha sottolineato il sociologo, “potrebbe però contribuire finalmente a rompere il diaframma da sempre esistente tra le minoranze super impegnate e le maggioranze amorfe. Il compito delle organizzazioni strutturate resterà fondamentale nell’intercettare le nuove forme di volontariato episodico. Le associazioni rappresentano bisogni e soggetti deboli, partecipano al dibattito pubblico, hanno un riconoscimento pubblico, forniscono formazione e cultura. Possono quindi essere un ponte capace di unire quelle minoranze già sensibili alla partecipazione alla grande massa che non ha finora trovato motivo di impegnarsi”.
In particolare, ha aggiunto, “possono aiutare la transizione dalla spontaneità all’organizzazione, affiancarsi alla mobilitazione intermittente (ad esempio per i grandi eventi), avvalersi dello sviluppo di un associazionismo specializzato. E in questo quadro si configura anche un ruolo inedito per i CSV”.

La carriera non conta

Nella tavola rotonda successiva, Marcello Mariuzzo, vicepresidente di Lunaria, ha sottolineato come le conclusioni del report intermedio della ricerca illustrata nel convegno coincidessero in larga parte con quelle emerse da un’indagine, realizzata in collaborazione con CSVnet, su oltre 2.300 giovani che negli anni hanno partecipato ai campi di lavoro internazionali organizzati dall’associazione. Mentre per i volontari degli anni 70 e 80 quell’esperienza era un’aggiunta a un impegno di volontariato già molto forte, negli ultimi anni spesso è l’unica svolta e i loro protagonisti non dichiarano particolari identità politiche e ideali. “Anche nella nostra ricerca – ha affermato inoltre Mariuzzo – l’aspetto della carriera non è rilevante, tanto che solo il 30% ritiene importante il certificato che attesta le competenze acquisite nel servizio”. Mariuzzo si è infine soffermato sulla difficoltà di “agganciare” i volontari in una chiave di continuità della loro esperienza, ma ha evidenziato come sia invece confortante il numero di giovani che sono diventati “attivisti”, cioè diffusori nel loro ambiente della positività dell’esperienza in un campo internazionale di volontariato.

Un bisogno primordiale

“Fare volontariato a Baobab per molti è stato come soddisfare un bisogno primordiale”. Lo ha detto Loredana Spedicato, volontaria di Baobab Experience, l’associazione nata sull’onda dell’impegno di numerosi cittadini di ogni età per fronteggiare l’emergenza dei rifugiato in transito e bloccati per molto tempo a Roma nel 2015 in seguito alla temporanea sospensione degli accordi di Schengen. “All’inizio c’è stata molta improvvisazione – ha raccontato Spedicato – Ma l’abbiamo man mano superata acquisendo la consapevolezza che anche il volontariato fluido non può prescindere dalla competenza: abbiamo quindi creato una rete di formazione con l’aiuto di varie associazioni e ong, che ci hanno assistito nei vari aspetti. Inoltre molti di noi sono diventati ‘hub’ di una rete, a seconda della loro specializzazione o ambiente di provenienza”.
“Ci siamo man mano strutturati, quasi contro il volere dei volontari – ha proseguito Spedicato – e lo abbiamo fatto, tenendo sempre come prioritario l’interesse dei migranti, perché dovevamo essere riconosciuti dalle istituzioni, salvaguardando però quella diversificazione di esperienze e collaborazioni che è sempre stata la nostra caratteristica. Purtroppo, nonostante siamo diventati un’associazione riconosciuta, non abbiamo ancora una sede e molto del nostro ‘volontariato fluido’ si trova spesso in burn-out perché deve fronteggiare continuamente nuovi problemi. Per fortuna riusciamo ancora a mobilitare molte persone grazie a varie iniziative, tra cui l’uso del nostro profilo Facebook”.

Siamo solo cittadini

Simone Vellucci è il presidente di Retake Roma, uno dei gruppi di piccoli comitati di quartiere (70 solo nella capitale) diffusi ormai in varie città italiane, tra cui Milano, che hanno lo scopo di ripulire strade e piazze dalla sporcizia e dal vandalismo. Un’esperienza molto nota e seguita dai media, in particolare, per quanto riguarda Roma, da quelli internazionali. Vellucci ha insistito sulla strategia di coinvolgimento diretto dei cittadini riferendosi proprio al “diaframma” descritto da Ambrosini: “Facciamo fatica – ha detto – a far capire che noi siamo solo cittadini, che tutto avviene spontaneamente e che non c’è un ‘grande fratello’ dietro di noi. Per questo quando riceviamo sul nostro profilo Facebook commenti come “bravi”, “complimenti”, reagiamo rispondendo: “guarda che tu sei come noi, potresti impegnarti come noi”.
“Noi intercettiamo soprattutto persone che non hanno mai fatto volontariato in vita loro – ha proseguito – Ma siamo sempre attenti a sottolineare che noi siamo un’organizzazione one issue, cioè finalizzata ad una sola istanza, e che non ci si deve aspettare da noi ciò che la politica non è riuscita a fare. Nei confronti della pubblica amministrazione – ha concluso – abbiamo sempre detto che noi possiamo essere ‘il suo peggior incubo o la sua migliore opportunità’. Ma spetta ad essa dimostrare di essere concretamente sensibile all’istanza su cui noi interveniamo con la nostra azione civica”.

La pianta del volontariato è viva

L’incontro è stato concluso da Stefano Tabò, presidente di CSVnet. Dopo aver rivendicato la “scelta scomoda di gestire i volontari di Expo in un periodo in cui si parlava solo di scandali”, ha affermato come “oggi ancora di più c’è bisogno di rischiare per far evolvere le nostre organizzazioni, adottando strumenti e alleanze inedite”.
Secondo Tabò, “la pianta del volontariato è viva: ha linfa - il dinamismo; ha radici - ovvero una cultura e un’identità che vengono da lontano; e ha nuove gemme - le forme innovative di cui stiamo parlando”.
Ma – ha messo in guardia – queste sono forme che non si possono trattenere, né circoscrivere, ne predeterminare. Il volontariato è prima di tutto libertà, ovviamente associata alla responsabilità: e noi dobbiamo valutare con molta attenzione i rischi di depistare, ostacolare o perfino strumentalizzare questa nuova stagione del volontariato. È in questo che la nostra responsabilità è molto alta”.
Tabò ha collegato questi concetti alla riforma del terzo settore, la cui approvazione definitiva è prevista per la prossima settimana e che comporterà per i CSV il compito di promuovere tutte le forme di volontariato esistenti nel vasto mondo del terzo settore. “Spero – ha detto in proposito Tabò – che la riforma spazzi via i fardelli di stampo medievale che hanno appesantito l’operato dei Centri di servizio per il volontariato in questi anni e che dia loro più fiducia”.
Grazie a questo rapporto – ha concluso – conosciamo meglio i volontari di domani e siamo in grado di coltivare queste nuove esperienze. Sappiamo che si tratta di persone attente anche al volontariato tradizionale. Dobbiamo pensare di più al diritto di tutti i cittadini di fare volontariato, e aggiornare le statistiche guardando non solo quelli che lo praticano, ma anche chi non lo fa”.

Scarica le presentazioni dei relatori 

Volontari ad Expo 2015. Profili emersi e prospettive future del volontariato - Anna Maria Meneghini

Expo, una nuova generazione di volontari - Antonella Morgano

Volontariato fluido (o postmoderno): verso nuove frontiere di partecipazione e cittadinanza attiva? - Maurizio Ambrosini

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