Messa alla prova, quell’obbligo che ripara il danno senza punire

Solo a Piacenza, grazie alla convenzione del Csv Svep con Uepe e tribunale, ben 38 associazioni accolgono 105 persone per compiere lavori di pubblica utilità allo scopo di evitare il processo per piccoli reati. E qualcuno alla fine continua a fare volontariato 

di Carla Chiappini

“L’obbligatorietà non si vive bene, né all’inizio, né alla fine. Per quanto tu entri nel meccanismo e cerchi di cogliere tutti i lati positivi dell’esperienza, è sempre un obbligo, un impegno che non ti sei scelto tu ma che altri ti hanno dato”. Le parole di Antonio, manager sessantenne che ha da poco terminato la “messa alla prova”, svelano con onestà lo stato d’animo di gran parte delle persone imputate – e non condannate – che si vedono impegnate per tre-quattro ore la settimana in “lavori di pubblica utilità”.

Il nuovo istituto – introdotto in Italia nel 2014 – è un’opportunità per chi, imputato di un reato la cui pena edittale non superi i quattro anni di detenzione, desideri impegnarsi in un percorso di “restituzione” che, se giunto a felice conclusione, gli permetta di non subire un processo e di mantenere immacolata la propria fedina penale. Ovviamente solo nel caso sia incensurato.

Antonio ha svolto il suo lavoro di pubblica utilità presso un’associazione impegnata nella pubblicazione di un giornale che si occupa di temi legati alla giustizia sul territorio piacentino; ha scelto questo impegno a seguito di un colloquio con l’assistente sociale dell’Uepe (ufficio per l’esecuzione penale esterna) e con l’operatore di Svep, il Csv di Piacenza, che si occupa di inserire le persone messe alla prova in organizzazioni di volontariato, parrocchie e cooperative sociali.

Questa attività di Svep è normata da un protocollo sperimentale con l’Uepe sottoscritto nel giugno del 2014 e successivamente nel 2017 da un protocollo con il tribunale di Piacenza. Il Centro di servizio si impegna in alcuni adempimenti tra cui “l’onere della copertura assicurativa Inail”. La questione Inail è un punto debole dell’istituto della messa alla prova, che ha rischiato seriamente di tagliare fuori tutte le piccole associazioni che realisticamente non potevano sostenere gli oneri e gli adempimenti previsti dall’Ente.

Il Csv di Piacenza dal 2014 ad oggi ha visto salire in modo molto significativo sia il numero di persone coinvolte in lavori di pubblica utilità all’interno di enti del terzo settore, sia il numero di realtà accoglienti che hanno inteso condividere l’idea di una giustizia legata più all’aspetto riparativo che a quello punitivo. Segno evidente di quella nuova sensibilità tanto chiaramente auspicata all’interno del documento conclusivo prodotto dagli Stati generali sull’esecuzione penale, in special modo ove si afferma: “Le misure di comunità, infatti, hanno bisogno di un territorio accogliente, che condivida i principi posti alla base delle politiche di reinserimento. È quindi indispensabile agire sulla mentalità diffusa per far comprendere, sulla base di considerazioni razionali e non solo emotive, quanto la ricomposizione delle fratture sociali sia conveniente per tutta la comunità oltre che per il condannato, non foss’altro perché il suo reinserimento attivo nella collettività riduce drasticamente i rischi di recidiva”

Al 31 dicembre 2017 Svep contava 38 realtà accoglienti e 105 persone segnalate sia per la messa alla prova che per attività di volontariato previste in progetti di “affidamento in prova”.

Tra l’altro accade anche che, terminato il periodo di impegno fissato dal giudice, la persona decida liberamente di continuare la propria attività volontaria nello stesso ente presso cui ha svolto il lavoro di pubblica utilità. Come Antonio, ad esempio: “Ho scelto di rimanere in associazione perché è un impegno che avevo preso quasi subito. È necessario e c’è bisogno di persone che si dedichino a questi percorsi; una persona da sola fa più fatica…”.

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Luglio 2018
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