Riforma Csv, “Chiamati a servire un volontariato scomodo”

A pochi giorni dalla chiusura della conferenza annuale dei Centri di servizio per il volontariato, il presidente di CSVnet, Stefano Tabò, commenta le recenti disposizioni dell’Organo di controllo e la sentenza della Consulta. Il futuro dei Csv? “Non ci interessa il volontariato che non sceglie, ma quello che provoca e si connette” 

Un nuovo assetto nazionale dei Centri di servizio per il volontariato da realizzare entro il 2019, una sentenza della Corte Costituzionale che toglie ogni dubbio su quanto prevede il Codice del terzo settore per gli stessi Csv e un volontariato “scomodo” da sostenere come orizzonte su cui lavorare. A pochi giorni dalla chiusura della conferenza annuale “più affollata di sempre” di Csvnet (l’associazione nazionale dei Centri di servizio che riunisce 64 Csv) tenutasi a Matera, il presidente di Csvnet, Stefano Tabò, racconta a Redattore sociale il senso di questo passaggio storico, dal ridimensionamento dei Centri stabilito dal nuovo Organismo nazionale di controllo (Onc) dei Csv alla sentenza della Consulta. Due pronunciamenti arrivati, tra l’altro, proprio nel bel mezzo dei lavori della stessa conferenza annuale e che mettono fine ad un clima d’attesa su quello che sarà il futuro degli stessi Centri e segna, così, l’inizio di una nuova stagione.

I Centri di servizio per il volontariato negli anni sono passati da oltre 70 agli attuali 65 e diminuiranno ancora fino a 49, come indicato dall’Onc. Finalmente abbiamo un quadro definito e una scadenza da rispettare. Perché si è arrivati a questo passo?
La volontà di rivedere il numero dei centri di servizio è contenuta in maniera chiara all’interno delle disposizioni del Codice del terzo settore, che individuano alcuni criteri ma nello stesso tempo consentono all’Onc, così come è avvenuto, di intervenire in termini di deroghe. Le ragioni per cui questo orientamento è stato assunto sono legate ad un’idea che un minor numero di Csv possa contribuire all’ottimizzazione dell’uso delle risorse, nonché della progettazione. Su questa opinione sappiamo bene che all’interno del mondo dei Csv c’è stato molto dibattito, ci sono state e ci sono tutt’ora delle opinioni differenti. Rimane il fatto che il Codice, così com’è stato approvato dal Parlamento e i cui passaggi non sono stati modificati dal decreto correttivo, dà questo tipo di indicazioni. 

Che significato ha per i Csv questo passaggio che si potrebbe definire, senza timore di esagerare, storico? 
Non è l’anno zero dei Csv, che operano da oltre 20 anni. Significa innanzitutto mettere fine ad un confronto che è durato diversi anni e che per certi versi è stato anche lacerante. La stessa decisione dell’Onc ha restituito un orizzonte certo. In taluni casi magari non ideale per le valutazioni locali, ma certamente un orizzonte su cui lavorare. L’Onc, inoltre, non ha inteso operare a prescindere dalle istanze che vengono dai territori. Si è dato tempo e modo e Csvnet si è fatto tramite di questa volontà di raccogliere gli orientamenti maturati nelle singole regioni. Abbiamo deciso di non porre nel consiglio nazionale di Csvnet la determinazione delle scelte che avrebbe portato al nuovo numero dei Csv nelle singole regioni, ma di lasciare questa indicazione a un confronto a carattere regionale. Questo confronto è approdato, in tutti i casi meno che in quello della regione Veneto, a delle proposte che, tenendo conto delle indicazioni del Codice, sono state accolte. Per quanto riguarda il Veneto, dispiace molto che ci si trovi di fronte a una decisione che nasce, a questo punto, da una valutazione dell’Onc svincolata da ragionamenti locali, ma mi auguro che anche in questo caso si possa vivere questo momento come un’opportunità. 

C’è chi ha anticipato i tempi della riforma, come la Lombardia che ha già provveduto ad un ridimensionamento dei Csv ormai in essere da una decina di mesi. Come sta andando quest’esperienza? 
Sicuramente il caso lombardo è quello più vistoso. Si è passati da 12 Csv a sei, laddove la normativa avrebbe consentito di mantenerne anche otto. Una scelta frutto di un percorso partecipato. Non ho ancora dati, ma osservo che i protagonisti stanno cogliendo stimoli interessanti da queste fusioni. Stimoli che mi fanno dire che sbaglia chi pensa che la fusione corrisponda alla fine di una qualità o una mortificazione delle attenzioni territoriali. Questo non mi sembra proprio che accada, anzi raccolgo prospettive di ulteriore integrazione, come ad esempio in Calabria. Secondo quanto deciso dall’Onc si passerà dagli attuali cinque Csv a tre. Nell’acquisire questa posizione, i centri si sono detti orientati ad una riflessione ulteriore per valutare la costituzione di un centro unico regionale.

In questi giorni c’è stato un altro chiarimento cruciale per quanto riguarda il futuro dei Csv, ovvero il pronunciamento della Consulta sui ricorsi di Lombardia e Veneto proprio in merito a quanto prevede il Codice sui Csv. Cosa dice il dispositivo della sentenza?
È interessante la motivazione con cui la Corte ha rigettato i ricorsi. In un passaggio, difende le disposizioni previste dal Codice definendole espressione dell’imprescindibile esigenza di uniformità, 'senza che ciò comporti un irragionevole sacrificio delle specificità territoriali'. È vero che il lavoro di promozione è territorialmente attento, ma è pur vero che ci sono sinergie, processi e criteri che devono valere su tutto il territorio nazionale. Sappiamo come il vecchio sistema, quello di controllo basato sui Coge (i Comitati di gestione del Fondo Speciale per il Volontariato, ndr), questa coerenza complessiva non è riuscito ad affermarla. La ricerca della visione di insieme e l’affermazione di una coerenza complessiva non muovono contro le identità territoriali, ma se ben interpretate sono al servizio di questa identità e dello sviluppo dei territori. Sono contento che ancora una volta la Corte costituzionale si sia espressa. Anche la 266/91 (Legge quadro sul volontariato, ndr) era stata oggetto di pronunciamenti da parte della Consulta e queste sentenze hanno dei passaggi che a mio giudizio sono delle perle da cogliere e utilizzare. Questa sentenza ci ha permesso di risolvere un dubbio che qualcuno, anche all’interno della rete dei Csv, coltivava.

Stabilito il numero dei Csv, risolta la questione del ricorso, a che punto siamo con la riforma dei Csv? Cosa manca per una completa attuazione?
Bisogna completare l’impianto del sistema di controllo con la nomina dei componenti degli Otc, gli organismi territoriali di controllo. È un passaggio che sta avvenendo. Si stanno raccogliendo le designazioni distribuite tra le fondazioni di origine bancaria, che detengono la maggioranza dei componenti, poi terzo settore, Regioni e Anci. Le nomine sono ministeriali, ma molto probabilmente si procederà al decreto per il primo gruppo di regioni che hanno terminato l’identificazione dei componenti. In questo modo si inizierà ad operare senza aspettare tutti. Questo è l’ultimo tassello. Tuttavia, il mondo dei Csv non è astratto e a sé stante. Tutti i processi di implementazione di quanto è previsto dalla norma sono importanti, come ad esempio il registro unico nazionale. Attorno a questo ci sono dei risvolti che riguardano non solo i Csv in quanto tali, ma anche i servizi che i Csv sono chiamati a svolgere nei confronti delle organizzazioni di volontariato. Siamo agli ultimi adempimenti per quanto riguarda i Csv, ma la pienezza dell’operatività è direttamente connessa con il resto dell’applicazione della riforma. 

La conferenza dei giorni scorsi, per diverse ragioni, è stato un momento cruciale di confronto per i Csv post-riforma. Qual è l’orizzonte che avete delineato a Matera? 
Non abbiamo voluto restare intrappolati all’interno di un ragionamento meramente normativo. Il titolo della conferenza è stato “Scegliere, provocare e connettersi. Le sfide del volontariato nella società dello scontento” per dire che i Csv continueranno a essere una presenza significativa in relazione alla loro capacità di intercettare le radici e le pulsioni del volontariato italiano. A noi non interessa un volontariato di abitudine, che non sceglie, e neppure un volontariato che opera a tamponamento, ma che va alle radici dei problemi. Quindi un volontariato che provoca, come fattore della società che si muove per affrontare le emergenze, ma anche per far sì che si presentino il meno possibile. Nella logica del connettersi, perché non immaginiamo un volontariato autocelebrante, ma una componente che collabori con le istituzioni, col mondo della cultura e dell’economia, e che sia capace di portare un contributo. Questo è un volontariato un po’ scomodo. Quello servente a disposizione di decisioni altrui, invece, è meramente una forza lavoro a basso costo. Il volontariato che siamo chiamati a promuovere è altro.

Fonte Redattoresociale.it

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