L’Istat dà i voti all'Italia sullo sviluppo sostenibile

Presentato il secondo rapporto sullo stato di salute degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030: 12% i minori in povertà assoluta mentre sono 17milioni i cittadini a rischio esclusione sociale; Italia fanalino di coda per numero di laureati e abbandono scolastico; nel 2017 record negativo per le acquisizioni di cittadinanza 

di Clara Capponi

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha fatto progressi per raggiungere gli obiettivi dettati dall’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile, ma non abbastanza: la corsa è rallentata soprattutto dal 2012 al 2017, cinque anni in cui c’è stato un peggioramento soprattutto riguardo la qualità dell’istruzione, parità di genere, utilizzo di energie pulite, sviluppo industriale, innovazione, consumi e produzione.

E’ quanto emerge dal secondo rapporto presentato dall’Istat sullo stato di salute in Italia dei 17 dei 17 Sustainable development goals (SDGs) adottati dall’Assemblea generale delle nazioni unite per affrontare problemi globali come fame, povertà, salute, cambiamenti climatici.

Sul piano dell’esclusione sociale confermati i 5 milioni e 58mila individui che nel nostro paese vivono in povertà assoluta, che riguarda anche il 12 per cento dei minori.

Pur diminuendo tra il 2016 e il 2017, quasi 17,5 milioni di persone – ovvero il 28,9 per cento – sono a rischio povertà o esclusione sociale, valore che sale al 44 per cento per chi vive al sud, contro il 18,8 per cento dei residenti nelle regioni settentrionali.

Questa edizione del rapporto propone infatti anche una valutazione complessiva dei livelli di sviluppo sostenibile raggiunti dalle singole regioni.

Come si legge nel rapporto “la geografia dello sviluppo sostenibile non si differenzia molto dal consueto divario che vede il nord in una situazione più favorevole rispetto al sud”; migliorano gli indicatori SDGs nelle province autonome di Trento e Bolzano e in Valle D’Aosta, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna. Le regioni della Sicilia, Calabria e Campania sono il fanalino di coda nella corsa al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Rispetto all’istruzione, l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze acquisite. Sebbene in calo a partire del 2015, nel 2018 la quota di “neet, giovani tra i 25 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, raggiunge il 30,9 per cento, valore più alto di tutta l’Unione europea. Aumenta inoltre l’abbandono scolastico, che negli ultimi due anni si attesta al 14,5 per cento. In generale fattori legati al genere e alla provenienza territoriale influiscono sempre di più sulle disuguaglianze legate all’accesso all’istruzione e alle opportunità formative. Solo il 21, 7 degli uomini tra i 30 e i 34 anni possiede una laurea, mentre per le donne la quota sale al 33,5 per cento. Campania, Calabria Sicilia, sono le regioni con le percentuali più alte di studenti con scarse competenze numeriche e alfabetiche. 

Sulla parità di genere diminuisce la violenza contro le donne ma aumenta la gravità degli atti commessi; tra il 2013 e il 2014 la diseguaglianza tra uomini e donne raggiunge il valore più alto di tutti i paesi europei, mentre si registra un lieve calo per quanto riguarda il lavoro domestico e di cura non retribuito: la quota di tempo che le donne dedicano a queste attività è 2,6 volte superiore al tempo impiegato dagli uomini (nel 2002-2003 era più del triplo).

Riguardo il tema dell’accoglienza e integrazione, continua la crescita del numero di persone di origine straniera ormai radicate nel nostro paese e in possesso di un permesso di lungo periodo. Tuttavia, per la prima volta nel 2017 dopo 10 anni di crescita costante, si è registrato un calo del 26,4 per cento delle acquisizioni di cittadinanza.

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