La “gioia di dare” per Ana Maria, Isabelle e Violetta

Tre storie di impegno solidale raccontate alla platea della conferenza di CSVnet, perché “fare del bene agli altri fa bene a sé stessi”. Sullo sfondo i primi dati della ricerca su volontariato e immigrazione 

di Lara Esposito

Ana Maria, Isabelle e Violetta. Sono le volontarie di un’Italia nuova, il volto vero di un paese che cresce aperto e multietnico, tre donne impegnate nel sociale che hanno raccontato la loro storia alla platea degli oltre 400 delegati dei centri di servizio per il volontariato presenti a Trento per la conferenza annuale di CSVnet.

Testimonianze appassionate, tasselli di un disegno più ampio che sta prendendo forma nell’indagine “Immigrati e volontariato in Italia” a cura di CSVnet e della rete dei centri di servizio. I primi risultati, infatti, sono stati presentati in questa stessa occasione dal professor Maurizio Ambrosini che ha guidato gli interventi delle tre volontarie immigrate, tutte cittadine italiane. Ad accomunarle, lo spirito più puro che muove il volontariato: la convinzione che fare del bene agli altri faccia bene a sé stessi.

Ana Maria Mengue è arrivata nel 1999 a Pisa. In Italia come studentessa e giovanissima madre, ha presto interrotto gli studi per iniziare a lavorare. È stato un incontro casuale ad avvicinarla al mondo del volontariato, quello con una donna somala, fondatrice dell’associazione “Donne in movimento”, che si occupa di protezione e accoglienza per donne vittime di tratta.

“La spinta a fare volontariato ti nasce da dentro – spiega Ana. Quando sono arrivata in Italia volevo dare una mano in qualche modo. Anche se lavoravo ho iniziato a mettere a disposizione il mio tempo per altre donne bisognose”. Una passione, quindi, che supera la condizione economica e sociale, tanto da spingerla a seguire corsi di formazione sui temi dell’assistenza, anche grazie al supporto del Csv della Toscana. “Quando sei immigrata non sei vista come una persona che può aiutare gli altri – continua – ma solo come qualcuno che chiede sostegno”. L’esperienza di Ana, invece, ha innescato un vero e proprio meccanismo a catena. “In Guinea equatoriale ho creato una piccola Ong a sostegno di bambini dove non ci sono parchi in cui giocare e il consumo di alcol inizia già a 9 anni. Ogni estate vado lì a farli giocare. Da noi non esiste il volontariato, ma sta nascendo ora”.

 

Sulla sinistra Ana Maria, sulla destra Isabelle

 

Isabelle Dehe è ivoriana, mamma del calciatore Moise Kean, giocatore prima della Juventus e ora dell’Everton. “Quando sono arrivata in Italia – ha raccontato alla platea di Trento – ho sofferto e ho ricevuto aiuto. Per questo ho sentito il desiderio di restituirlo, fare qualcosa per gli altri senza dover ricevere qualcosa in cambio”. Ha iniziato a fare volontariato prendendosi cura dei bambini e delle persone in chiesa e portando i malati ogni anno a Lourdes con l’Unitalsi di Milano. Oggi aiuta le ragazze madri e offre il suo impegno nelle mense sociali con l’associazione di Asti “Dono del volo”.

Un impegno vissuto come una passione e con un desiderio: aiutare i propri “fratelli” a diventare volontari, insegnandogli cosa vuol dire donare sé stessi e quali sono i valori dell’impegno per gli altri. “Tanti vengono qui per lavorare e aiutare i loro parenti ma se non conoscono il significato di fare volontariato non possono impegnarsi”. E il vero il bilancio di questa esperienza diventa “la gioia di chi dà”. E come nel caso di Ana Maria, anche Isabelle ha portato la sua esperienza nel proprio paese d’origine, con un progetto in Costa D’Avorio a sostegno delle giovani madri e uno di falegnameria per i giovani scappati dalla guerra, per dargli una prospettiva nuova.

E come una vera e propria “palestra delle integrazioni”, il volontariato diventa contagioso perché spesso chi ha ricevuto ha sentito la necessità di dare a sua volta. Come nel caso di Violetta Burla, di origine ucraina, arrivata in Italia nel 2004 per motivi economici, lasciando nel suo paese un figlio di appena due anni e una vita fatta di affetti e relazioni. “Ero disorientata, non sapevo come muovermi e accedere ai servizi – racconta Violetta. Dopo un breve ritorno nel mio paese, la necessità di curarmi mi ha riportato in Italia e mi sono scontrata con la difficoltà di non sapere a chi rivolgermi per farmi aiutare”. Una storia di sofferenza che l’ha portata da 4 anni a diventare volontaria dell’associazione Sokos a Bologna che si occupa di favorire assistenza medica gratuita per emarginati e immigrati.

“Fare volontariato mi rende felice – dice Violetta – e questa esperienza mi ha fatto crescere da tanti punti di vista. Ho deciso di formarmi e di iscrivermi a un master interculturale su salute welfare e integrazione per migliorare il lavoro che svolgo in associazione. Ho conosciuto persone straordinarie e ora il mio sogno è quello di aprire uno sportello dedicato ai problemi dei migranti e della loro integrazione”.

 

Violetta Burla

 

Durante la mattinata, inoltre, è stata rilanciata la campagna per far diventare il 3 ottobre la Giornata europea della memoria e dell’accoglienza, in ricordo della strage di Lampedusa nel 2013. Ed in questa occasione, il sindaco Toto Martello ha fatto consegnare al presidente di CSVnet Stefano Tabò la maglietta della campagna “Io sono pescatore”, per sottolineare che i cittadini di Lampedusa sono come i pescatori, per cui la priorità è salvare chi sta in mare.

 

Stefano Tabò

 

Qui il video con gli interventi integrali.

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