Fabian, dal Camerun a Bologna. “Mi sentivo in trappola, ora sono protagonista”

Volontari inattesi/1. Cinquanta anni di cui oltre la metà vissuti in Italia, presidente di un’associazione, tante esperienze di volontariato: “Per i migranti della mia generazione era più difficile… La chiave per integrarsi? La formazione” 

di Stefano Trasatti

“Sono partito da vittima e sono diventato protagonista”. Fabian Nji Lang ha 50 anni, è nato in Camerun ma ha ormai trascorso più di metà della sua vita in Italia, tra Ferrara e Bologna, dove è arrivato nel 1994. E ha tre figlie “molto italiane”. Se la sua storia di migrazione è simile a tante di quell’epoca, la sua “carriera” da volontario è straordinaria. E allo stesso tempo emblematica, nel confermare appieno le risultanze della ricerca sul volontariato svolto da persone di origine immigrata che CSVnet ha condotto tra il 2019 e il 2020. In vista della presentazione di questa ricerca (il prossimo 17 aprile), la storia di Fabian è la prima di una serie che qui pubblicheremo selezionando tra le 110 interviste in profondità raccolte in tutte Italia.

“Quando sono arrivato, - dice Fabian, - tutte le mie aspettative sono risultate fallimentari, mi sentivo una vittima, intrappolato. Pensavo di venire in paradiso, che la vita sarebbe stata facile (mi dicevo, in Italia c’è la Chiesa e quindi tendenzialmente gli italiani sono buoni!), e mi sono accorto che era tutto diverso… Ma passando per la formazione e attraverso molteplici attività di volontariato, ora mi sento protagonista, sono un punto di riferimento positivo per molte cose”.

La sua prima “formazione” è un corso per mediatori culturali, 700 ore che Fabian frequenta a Bologna “sperando di trovare lavoro al Comune. Alla fine non ci hanno assunto… ma io avevo acquisito molto da quella esperienza, avevo imparato a interpretare il contesto multiculturale e le situazioni complesse”. Con alcuni allievi di quel corso fonda allora una prima associazione, che non va a buon fine; quindi trova lavoro presso un centro sociale bolognese - il Link - come addetto alla sicurezza (“avevano problema a gestire gli accessi degli stranieri”), dove col tempo gli chiedono di organizzare delle iniziative culturali.

È insieme al gruppo di lavoratori stranieri formatosi intanto al Link che nel 2000 Fabian fonda l’associazione Universo, di cui è oggi presidente, con lo scopo di facilitare l’integrazione attraverso uno sportello informativo e l’organizzazione di corsi di italiano. Universo è formata anche da italiani e ha portato avanti in questi venti anni moltissimi progetti (decine all’anno solo con il comune di Bologna), dall’accoglienza, alla cultura, alla ricerca di lavoro: solo nei primi 4 anni ha proposto 100 progetti di borse lavoro, di cui 60 diventati contratti di apprendistato, attività di cui è particolarmente orgoglioso.

Nel 2004 Fabian, che nel suo paese si era laureato in lettere, si iscrive a Scienze politiche a Bologna e da qui con altri studenti fonda l’associazione Harambé (in lingua swahili “Tutti insieme”) con lo scopo di “tradurre il concetto dei diritti umani dalla teoria alla pratica”. “Era il periodo del sindaco-sceriffo Cofferati, - ricorda, - e noi abbiamo scelto i rom: con 50 volontari universitari ci recavamo ogni pomeriggio al campo per fare i compiti con i bambini. Siamo andati avanti per 6 anni”.

E intanto, grazie a un suo professore, Fabian comincia a dedicarsi anche al volontariato in carcere (“dove la maggioranza dei detenuti è fatta di stranieri”): per 15 anni porta avanti ogni venerdì un corso di filosofia morale alla “Dozza” di Bologna, e fino ad alcuni anni fa andava ogni mercoledì alla casa circondariale di Ferrara.

Un volontariato ad alto contenuto di formazione, per Fabian, è una delle chiavi per la buona integrazione dei migranti: “Loro tendenzialmente cercano lavoro: la parte formativa li aiuta a conoscere la società, e indirettamente a risolvere il problema del lavoro. Facendo volontariato capisci meglio il territorio, ammorbidisci la visione dell’autoctono nei tuoi confronti, e nello stesso tempo hai piacere di svolgere quell’attività”.

Un’esperienza multiforme che ha reso Fabian anche un osservatore molto acuto del “fenomeno immigrazione” in Italia: “La mia generazione è molto diversa da quella di oggi, - spiega: - noi cercavamo una vita migliore e sapevamo che era difficile. Per i ragazzi che arrivano oggi è diverso: molti sanno già di avere la possibilità di stare in comunità, sanno che esistono i servizi sociali… e questo li rallenta, li fa addormentare. Aspettano qualcosa che non arriverà mai, vivono nella provvisorietà… così proprio nei primi anni, quelli in cui potrebbero gettare le basi, si lasciano scappare molte opportunità”.

E tra le tante soddisfazioni avute (“altrimenti non sarei più qua a fare volontariato!”), c’è un episodio negativo che Fabian racconta in proposito, quello di “un ragazzo rimasto intrappolato nella rete del volontariato: non è mai uscito dal circuito dell'aiuto, non ha mai voluto cercare davvero lavoro. A un certo punto aveva capito tutti i posti in cui poteva ricevere aiuto, dove poteva fare la colazione, il pranzo, la cena, dove poteva dormire senza pagare. Come lui molti altri …”.

Idee chiare anche su come è cambiato nel tempo l’atteggiamento degli italiani: “I primi anni che ero qui sembrava migliorare, poi improvvisamente, con l'avvento dei rifugiati e di Salvini, ci siamo ritrovati in un territorio strano. Non che siamo regrediti… Diciamo che prima c'era una sana ignoranza, la gente non sapeva molte cose dei migranti… Oggi sono demonizzati. È tutto più complesso: ci sono molti stranieri integrati, la società è avanzata, eppure tanti di quelli che sostenevano le politiche per l'immigrazione adesso si interrogano su dove stiamo andando, perché si trovano di fronte a una situazione sconosciuta, incerta, manipolata dalla politica”.

“All’università, - conclude, - ho imparato che i cambiamenti politici avvengono quando c'è la crisi, e penso che questa crisi porterà un cambiamento positivo. Ma penso che questo sia anche il momento in cui tutti devono mettere il loro piccolo e far sentire la proprio voce”.

(Intervista integrale realizzata da Elisabetta Mandrioli, Csv Bologna. Redazione di Stefano Trasatti)

La ricerca Volontari inattesi - L’impegno sociale delle persone di origine immigrata, è stata curata da Maurizio Ambrosini e Deborah Erminio (Edizioni Erickson, pagg. 352).

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