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Lombardia, metà delle organizzazioni attiva anche nell'emergenza

La fotografia del terzo settore scattata dai Csv della regione italiana più colpita dalla pandemia. Tanti i nuovi volontari coinvolti, l’87 per cento, che ha portato avanti attività sia tradizionali che inedite. Le associazioni però prevedono una riduzione del 50% delle entrate

di Alessia Ciccotti

Il Coronavirus ha colpito duramente la regione Lombardia; qui, come poi nel resto d’Italia, le realtà del terzo settore hanno fatto i conti con un’emergenza che da sanitaria è divenuta ben presto anche sociale. Per questo i Csv presenti nella regione hanno condotto un’indagine per comprendere realmente quanto accaduto al terzo settore locale in questi ultimi mesi.

Al questionario, realizzato online, hanno risposto 1.062 enti, il 92% dei quali di tipo associativo, vale a dire organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale.

La metà delle realtà censite ha dichiarato di avere svolto attività, sia tradizionali che nuove, anche durante il periodo più difficile dell’emergenza. Si sono occupate prevalentemente di consegnare a domicilio beni di prima necessità, ma anche di offrire compagnia e assistenza telefonica e telematica, oppure attività di educazione a distanza e poi ancora raccolte fondi, trasporto sociale e volontariato sanitario.

Come già evidenziato dalle fotografie scattate dai Csv di altre zone d’Italia (Brindisi Lecce, Emilia RomagnaMessinaFoggia), i destinatari principali delle azioni messe in atto dal volontariato hanno riguardato soprattutto le fasce più a rischio della popolazione: anziani, cittadini in quarantena, persone con disabilità e minori.

Tuttavia, dall’analisi dei Csv emerge anche che il 48% delle organizzazioni ha dovuto fermare completamente le proprie attività, il 23% le ha dimezzate, il 22% le ha parzialmente ridotte e solo il 7% le ha mantenute come prima dell’emergenza. Le cause vanno ovviamente rintracciate nelle restrizioni imposte dalle normative di contenimento del virus.

La collaborazione stretta con i Comuni risulta poi una delle caratteristiche più ricorrenti nell’azione del terzo settore lombardo di questo ultimo periodo. A tal proposito, secondo i Csv sarà “necessario interrogarsi su cosa rimarrà di questa esperienza nei prossimi mesi e su come si trasformeranno questi nuovi legami”.

Anche in Lombardia è stato difficile in questo periodo reperire persone che fossero nelle condizioni di operare. Gran parte delle organizzazioni infatti sono storicamente composte da persone anziane o comunque in una fascia d’età considerata “ad alto rischio” rispetto al Coronavirus. È infatti una percentuale altissima, pari all’87%, quella di nuovi volontari coinvolti in questi mesi, in sostituzione di quelli ordinari bloccati in casa. “Un bacino che – dicono i Csv lombardi –  sarà prezioso coinvolgere già nel futuro più prossimo, comprendendone caratteristiche, dinamiche e approfondendone il possibile ruolo all’interno delle associazioni”. Altri due punti critici emersi sono stati la carenza di dispositivi di protezione e quella di risorse economiche.

Il questionario adottato dai Csv della Lombardia ha ripreso in larga misura quello proposto a tutta la rete da CSVnet, prevedendo però anche una specifica attenzione su tre aspetti: la riduzione delle attività degli enti, la riduzione delle entrate totali dell’ente sul prossimo bilancio e l’esistenza o meno di attività in convenzione o accreditamento con amministrazioni pubbliche. A tal proposito il quadro economico emerso è negativo, dato che poco più della metà degli intervistati prevede una riduzione delle proprie entrate pari al 50%. Il 52% dichiara di non avere attività in convenzione con una pubblica amministrazione. Il 41% delle realtà che avevano attività in convenzione prima dell’emergenza, dichiara poi di aver dovuto sospendere tutte quelle in corso a causa della pandemia, consolidando purtroppo un trend nettamente negativo e che ipoteca in modo sensibile il futuro del volontariato.

Da qui in avanti, ai Csv viene chiesto supporto per “re-immaginare” la ripartenza e che i Centri stessi diventino un punto di riferimento per progettare il futuro. A loro si chiedono ulteriori approfondimenti delle normative e sui DPI dedicati alla sicurezza, aiuto nella ricerca volontari, supporto al fund raising e facilitazione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni

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