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Rapporti con la PA: “il volontariato chiede riconoscimento, non favori”

In un convegno organizzato da Federsanità-Anci, il presidente di CSVnet ha tracciato i contorni delle future sinergie. “Non si tratta di individuare sostegni ma capire l’apporto del volontariato individuale e organizzato alla realizzazione della funzione pubblica” 

di Clara Capponi

Una “ricchezza che appartiene a tutto il Paese”, che non è fatta solo di impegno gratuito e solidale in ordine sparso ma è capace di progettare in modo strutturato “programmi di medio e lungo periodo”. Una risorsa “variegata” che ha saputo affrontare le sfide della pandemia in modo originale e che ha tutte le caratteristiche per essere riconosciuta dalla pubblica amministrazione per l’apporto che può dare “alla realizzazione della funzione pubblica e alla cura dei beni comuni”.

È questa oggi la base delle possibili sinergie tra il volontariato - e il terzo settore in generale - e la pubblica amministrazione tracciata dal presidente di CSVnet, Stefano Tabò, che lo scorso 8 aprile ha aperto la conferenza online organizzata da Federsanità-Anci “Terzo settore e volontariato sociosanitario durante e oltre la pandemia”.

Obiettivo dell’incontro, che ha visto la partecipazione di esperti autorevoli come Stefano Zamagni, era quello di fornire una fotografia del volontariato sanitario e sociosanitario, condividendo esperienze e buone prassi dai territori soprattutto per il loro ruolo di vicinanza e grande impegno quotidiano che tanti enti di questo tipo stanno fornendo per l’emergenza Coronavirus, ancora in atto.

Nel suo intervento (la versione integrale è disponibile a questo link) il presidente di CSVnet ha sottolineato quanto la pandemia abbia “di fatto, accelerato fortemente processi di relazione e di comprensione prima dormienti” tra organizzazioni e pubblica amministrazione.

Una sinergia che si inserisce in un momento cruciale della riforma del terzo settore, ovvero l’avvio del Registro unico degli enti del terzo settore, “una svolta epocale - secondo Tabò - nella relazione tra il mondo dell’associazionismo e la pubblica amministrazione”.

Secondo il presidente dell’associazione nazionale dei centri di servizio per il volontariato è giunto il momento di valorizzare l’apporto “di quei milioni di cittadini, 1,3 milioni impegnati solo nel settore socio-sanitario (dati Istat), disponibili non per obbligo giuridico né per corrispettivo economico, ma volontariamente e gratuitamente, per concorrere al bene comune e alle cause sociali che li sollecitano”.

Secondo Tabò, “lo spaesamento, unito alla percezione del bisogno e al senso di responsabilità, ha indotto ed ha permesso che si forzasse il perimetro delle collaborazioni tradizionali” non senza limiti e riserve. 

Come emerso anche dalle informazioni fornite dai Csv locali e raccolte nel rapporto “Il volontariato e la pandemia” “Nonostante le buone pratiche - ha incalzato il presidente di CSVnet - troppo spesso si è guardato ai volontari ed alle associazioni come manovalanza a costo zero, esecutori da attivare a comando, tappabuchi su tutto e subito”.

“La logica delle attuali alleanze vanno in tutt’altra direzione”, ha spiegato Tabò, richiamando l’art. 19 del Codice del terzo settore che chiede alle amministrazioni pubbliche di promuovere il volontariato. Non si tratta di individuare sostegni, favori o risorse da destinare al mondo del volontariato, né di ribaltare ruoli o identità per l’amministrazione pubblica, “che resta tale nella sua titolarità”. 

Secondo Tabò, “occorre rendere esplicito il quadro di principi, valori, pratiche amministrative e gestionali mediante i quali le amministrazioni pubbliche concepiscono l’apporto del volontariato individuale e organizzato alla realizzazione della funzione pubblica e alla cura dei beni comuni, riconoscendone la cultura, l’originalità e l’autonomia, in coordinamento con la propria attività amministrativa”.

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