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L’amministrazione condivisa come nuovo volto della Pa

Centrale nel corso di formazione organizzato a Lucca da Cesvot e Centro di ricerca Maria Eletta Martini, dal ruolo nel Piano nazionale di ripresa e resilienza alle nuove prospettive di impatto trasversali a diversi piani di finanziamento. Un processo rivoluzionario, senza ignorare i possibili conflitti 

di Lara Esposito*

Non sembrano esserci molti dubbi sull’importanza che acquisiranno nei prossimi anni i dispositivi di amministrazione condivisa previsti dal codice del Terzo settore. Dal loro utilizzo nell’impiego delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), all’importanza della valutazione di impatto per diversi finanziamenti italiani ed europei, la capacità di Terzo settore e pubblica amministrazione di co-programmare e co-progettare insieme è una necessità anche per rispondere più prontamente alle esigenze di un sistema sociale, economico e relazionale profondamente mutato con la pandemia.

Se ne è discusso molto in questi giorni a Lucca in occasione del corso di formazione residenziale “Orizzonti del Terzo settore. Le prospettive della riforma” organizzato da Cesvot e Centro di ricerca Maria Eletta Martini. Una rivoluzione innanzitutto culturale: non a caso l’intervento di uno dei relatori delle giornate di Lucca, Luciano Gallo, responsabile Innovazione e semplificazione amministrativa, contratti pubblici e innovazione sociale, diritto del Terzo settore di Anci Emilia-Romagna e uno dei maggiori esperti in Italia sul tema, è stato soprattutto motivazionale. Davanti a lui una platea di 20 referenti under 40 di enti del Terzo settore, cooperative sociali o iscritti all’anagrafe delle Onlus toscane.

“Il Terzo settore è portatore sano di idee – ha spiegato Gallo. Il codice del Terzo settore chiede a tutti di fare un passaggio ed è questa l’occasione giusta per far sì che la sussidiarietà non sia più associata al tema della supplenza, ma diventi una presa in carico reciproca da parte della pubblica amministrazione e del Terzo settore”. Un nuovo approccio, quindi, per dare risposte più pronte e strutturate ai bisogni delle comunità, imparando a “mixare le attività di interesse generale, considerando che questi procedimenti non sono un modello ma una metodologia, mantenendo l’indicazione presente anche nelle linee guida sul rapporto tra pubblica amministrazione e Terzo settore di non cercare di fare le cose prima, ma di concentrarsi soprattutto sulla causa”.  

Ma quali sono gli orizzonti e le sfide per le organizzazioni? Come trasformare un approccio basato sull’output in uno basato sull’outcome? “Innanzitutto è necessario capire che l’Italia e l’Europa hanno scelta la via dell’impatto per la valutazione e la rendicontazione delle progettualità da finanziare. Nel nostro mondo questo si traduce in valutazione dell’impatto sociale che darà negli anni una fortissima legittimità alle attività di interesse generale rispetto alle comunità di riferimento”. Gallo nel suo intervento ribadisce anche l’importanza di competenze adatte e di una giusta consapevolezza da parte del Terzo settore. “L’interesse generale è il vero motivo per cui si fa co-progettazione. Va presentata non solo un’idea ma una proposta progettuale che deve essere totalmente sostenibile giuridicamente in base al proprio ambito normativo. Nel caso in cui non sia possibile avanzare una proposta singolarmente, bisogna saper coinvolgere altri soggetti”.

I tempi dettati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza richiedono un’accelerazione anche sugli strumenti di amministrazione condivisa. Il Pnrr stanzia 191,5 miliardi, il più grande stanziamento nel nostro Paese dopo il piano Marshall, che – come ha ribadito Luca Gori, costituzionalista e docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa a introduzione di un intervento sul tema – “con molta probabilità saranno destinati anche al Terzo settore ma è difficile capire come. È facile immaginare che siano utilizzati dagli enti territoriali”. Come si legge nel testo, infatti, “la pianificazione in coprogettazione di servizi sfruttando sinergie tra impresa sociale, volontariato e amministrazione, consente di operare una lettura più penetrante dei disagi e dei bisogni al fine di venire incontro alle nuove marginalità e fornire servizi più innovativi, in un reciproco scambio di competenze ed esperienze che arricchiranno sia la pa sia il Terzo settore”.

Sei le missioni previste: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastruttura per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione sociale; salute. Nella numero 5 su inclusione e coesione sociale che prevede un investimento di 20 miliardi, si parla di Terzo settore nelle sottosezioni “politiche del lavoro”, “infrastrutture sociali, famiglie e comunità e Terzo settore” e “interventi speciali per la coesione territoriale”. Le risorse potranno essere utilizzate attraverso gli strumenti di amministrazione condivisa e quindi i dispositivi previsti dal codice del Terzo settore. In più, il Pnrr prevede anche una “accelerazione dell’attuazione della riforma del Terzo settore”, che diventa un passaggio strategico per l’utilizzo delle risorse soprattutto in ambiti strategici come servizi sociali, disabilità e marginalità, rigenerazione urbana e sport e inclusione sociale.

Sul ruolo del Terzo settore, per Gori “l’impressione è che ci sia una certa difficoltà a concepire il Terzo settore come un soggetto presente su tutti gli assets del Pnrr, dimenticando, così, una serie di ambiti in cui è presente”. Ma le attività di interesse generale previste dal codice del Terzo settore sono in grado di coprire numerosi ambiti sociali, economici e culturali. “La costruzione del piano è avvenuta su uno spacchettamento ministeriale ben preciso – ha spiegato Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo settore – e il pensiero vigente è che il Terzo settore si occupi prevalentemente di ambiti socio-assistenziali. Per fortuna i passi in avanti della normativa in questa direzione aprono a nuovi spazi di negoziazione”. Gli strumenti di co-programmazione e co-progettazione permetteranno anche agli enti locali di non sforare le strette tempistiche dettate dall’Europa per l’utilizzo delle risorse del Pnrr: alcune di queste, infatti, dovranno essere utilizzate entro due anni dal loro stanziamento.

Ma l’amministrazione condivisa comporta dei rischi di cui Terzo settore, pubblica amministrazione e cittadinanza devono essere consapevoli. Tra questi c’è il possibile corto circuito tra soggetti, il cui ruolo viene spesso rimodellato in vista dell’interesse generale, creando forme di tensione che nella concertazione sono fisiologiche. Il tema è caldo e l’evoluzione possibile di questi percorsi è tutta da costruire. Per rendere visibile quanto la sussidiarietà possa accedere dinamiche di conflitto, una delle serate di Lucca è stata dedicata all’analisi dei rapporti di sussidiarietà in “Sanpa”, una docu-serie di Netflix in cui, senza esprimere giudizi di merito, si snocciola la controversa storia della comunità di San Patrignano, alla presenza del suo coautore Carlo Gabardini. La complessità della storia di Muccioli non è certo al centro della riflessione sul rapporto tra pubblica amministrazione e Terzo settore, ma diventa spunto di riflessione sulla capacità della cittadinanza attiva di leggere in anticipo rispetto al legislatore i nuovi bisogni delle comunità e per comprendere la contaminazione di ruoli e competenze. A fare la differenza è l’interesse generale e la collaborazione fattiva di tutti i soggetti ai tavoli di concertazione, condividendo risorse, competenze, dati e strumenti.

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