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CSVnet Centri di servizio per il volontariato

Il volontariato è attore politico perché alimenta la democrazia

La democrazia non è un algoritmo giuridico, ma si alimenta con l’educazione e il ‘traffico sociale’ che il volontariato assicura. Le sfide per le associazioni nella relazione di Gino Mazzoli al secondo webinar di CSVnet dedicato allo sviluppo del sistema dei Csv 

di Giulio Sensi

Il volontariato vive una stagione complessa, più difficile di quella dei decenni scorsi che l’ha visto consacrarsi come attore strategico nelle comunità in cui opera. Serve un nuovo punto di vista, un cambio di sguardo e una narrazione inedita per fare in modo che non venga diffuso con il rumore di fondo dei fenomeni sociali e mediatici. Le difficoltà possono essere superate attivando progetti di rigenerazione sociale, allestendo spazi e luoghi di conversazione, per prevedere, ascoltare e connettere. Spetta ai Centri di Servizio per il volontariato il compito di cogliere questa sfida, diventando vere e proprie agenzie di sviluppo di comunità. Sono le idee emerse dal nuovo importante capitolo del percorso di CSVnet, intitolato “Fare bene insieme, consolidare ed evolvere” che si è tenuto lunedì 30 maggio con il webinar che ha visto ospite Gino Mazzoli, esperto di welfare e processi partecipativi, fondatore di Praxis e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

In apertura il vice presidente di CSVnet Luigi Paccosi ha ricordato il percorso che CSVnet stesso ha avviato da alcuni mesi. “Un’opportunità - ha sottolineato Paccosi - di riflettere sulla nostra vision e la nostra identità. Per questo oggi affrontiamo il tema su come essere d’aiuto in questa fase al volontariato”.

Introducendo il webinar, Francesco D’Angella dello Studio APS ha ricordato le questioni di fondo: quali sono le trasformazioni del volontariato a cui stiamo assistendo? Come tali trasformazioni sono accolte dal volontariato organizzato? E quali competenze, conoscenze e saperi è necessario sviluppare per interagire con le forme di volontariato?

Domande a cui ha proposto una prima risposta Gino Mazzoli che ha subito ricordato il ruolo strategico dei CSV grazie all’apporto di responsabili associativi che “da trent’anni fanno un tirocinio strategico non propriamente nella dimensione della loro associazione, ma per la gestione, programmazione e accompagnamento dei loro territori”.

Mazzoli ha raccontato la capacità di vision innovativa sui nuovi fenomeni sociali espressa dalle organizzazioni nate più recentemente e analizzato anche il carico normativo e burocratico  - che rischia di far spegnere alcune forme di vita associativa - introdotto dalla riforma del terzo settore. “Fenomeno che – ha aggiunto –, insieme alla pandemia, rischia di creare una perdita di democrazia per il nostro Paese perché il terzo settore è vita democratica”.

Da qua l’importanza del ruolo politico del volontariato. “Che - ha detto ancora Mazzoli - può diventare attore politico non perché ha più soldi, fa più servizi, urla di più, fa il tweet più figo, ma perché sostiene e alimenta la generatività sociale, lo spazio pubblico, la democrazia con ipotesi adeguate a questo tempo. Per questo mi piace ricordare una frase che ho ascoltato durante un dibattito: se il volontariato fa sempre le stesse cose c’è da farsi delle domande”.

Mazzoli ha poi commentato i principali passaggi del grande cambiamento di clima sociale e politico in corso. In una situazione complessa caratterizzata da un clima sempre meno umano, nuove vulnerabilità diffuse, risentimenti sociali, uno spazio pubblico pericoloso e insidioso, il rischio delegittimazione delle istituzioni che sono in difficoltà, la società civile è chiamata a tutelare lo spazio pubblico.

“Se le istituzioni sono in difficoltà – ha detto Mazzoli - spetta alla società civile farsi carico della tutela dello spazio pubblico e i nuovi vulnerabili sono il segno di un’emergenza politica, democratica. Per questo dico che il welfare di prossimità non è una nicchia o una sciccheria: è un’esigenza strutturale”.

Mazzoli ha ricordato come la pandemia abbia svelato un senso di morte, disperazione e depressione, ma anche tanta profondità di sguardo. E come servano  proprio nuovi sguardi per far nascere nuovi fatti, come serva allestire dispositivi per vedere, ascoltare, connettere, valorizzare, diffondere, creare laboratori di pratiche per apprendere reciprocamente e sentirsi dentro una scommessa più ampia.

“Ricollocare - ha sottolineato - il ruolo del volontariato e dei Csv che lo sostengono all’interno di questo grande rimescolamento significa parlare di democrazia. Quest’ultima non è un algoritmo giuridico ma si alimenta di educazione e intenso traffico sociale che è proprio ciò che sta venendo a mancare in questo tempo, ma sono proprio i beni che il volontariato ha sempre sfornato a piene mani come un doppiofondo dato per scontato. Dunque costruzione di legami sociali, convivialità, sono beni di prima necessità in questa crisi di plancton che è uguale a quella ecologica. Siamo prima del problema della solidarietà: non possiamo essere solidali se non ci frequentiamo e per questo è perfetta la vostra definizione di Csv come agenzia di sviluppo della comunità. Il mandato ai Csv non è l’assistenza alle associazioni esistenti, ma la cura e lo sviluppo del “fenomeno volontariato” che per sua natura è cangiante e che, come abbiamo visto, fa molto rima con democrazia”.

Infine il ruolo di CSVnet e dei Csv chiamati “a sostenere questa complessa sequenza progressiva, a curare vere e proprie banche delle esperienze e a connetterle, a valorizzare il patrimonio con cui operano, ad allestire occasioni di confronto anche nella prospettiva di limare contrasti e asperità. “Hub di comunità - ha concluso - che connettono, allestiscono, costruiscono laboratori di pratiche, massa critica, sia a livello locale sia a livello nazionale”.

Sergio Bonagura, presidente del Csv Alto Adige e consigliere di CSVnet, ha poi aperto l'ampio dibattito, parlando dell’esperienza del volontariato nella regione multilingue in cui opera il Csv e riflettuto intorno ad alcuni temi centrali per lo sviluppo del volontariato. “Come quello del volontariato informale non legato ad un’organizzazione, ci sono molti cittadini che operano per più organizzazioni senza però legare il loro impegno all’appartenenza. Poi la disponibilità di tempo libero che in vare fasce di età pone una serie di questioni. Così come le forme di volontariato ‘di confine’ in ambito linguistico e culturale. Il tema della gestione del cambiamento – ha concluso Bonagura – è un elemento chiave, necessita di lavorare con strumenti raffinati per provare a lavorare sulle nuove connessioni e su questo il lavoro di CSVnet e dei Csv è strategico. Aprirsi a punti di vista culturali diversi per tentare passi nuovi e diversi se vogliamo evitare l’impoverimento del volontariato”.

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