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“Sguardo Tagliente”, da Champs la prima indagine sull’afrofobia in Italia

Il rapporto, realizzato dall'Osservatorio di Pavia attraverso focus group composti da 60 persone fra soggetti bianchi, africani e afrodiscendenti, delinea un quadro di razzismo sistemico che impatta su tutti gli ambiti relazionali e di vita. Per l'80% degli intervistati il "termine afrofobia" è inadeguato 

Il razzismo è uno sguardo tagliente, inferiorizzante, percepito quotidianamente attraverso parole, narrazioni, micro e macro-aggressioni verbali e fisiche, abusi di potere e opportunità mancate 

Per chi ha la pelle nera in Italia vivere questa condizione viene percepita come “una fatica”, un peso insopportabile, che impatta sul piano psicologico rendendo difficile percepirsi parte di una comunità e proiettarsi nel futuro. 

È quanto emerge dal rapporto “Sguardo Tagliente - Conoscenza, consapevolezza e percezione dell’afrofobia e del razzismo sistemico nei settori di sanità, istruzione e comunicazione", la prima indagine italiana sul fenomeno, curata da Paola Barretta e Giuseppe Milazzo, ricercatori dell'Osservatorio di Pavia.  

Il report, presentato lo scorso 23 novembre a Roma, è stato realizzato nell’ambito di Champs, il progetto finanziato dall’Unione Europea che coinvolge come  ente capofila Amref Heath Africa onlus Italia insieme a CSVnet, Divercity Aps, Le Réseau, Osservatorio di Pavia e Razzismo brutta storia in collaborazione con Arising Africans, Csv Marche e Carta di Roma. 

L’indagine – condotta attraverso 6 distinti focus group formati da 60 persone tra soggetti bianchi, africani e afrodiscendenti appartenenti ai settori della sanità, dell’istruzione e della comunicazione – ha messo in luce come le persone nere siano più inclini a percepire il razzismo come sistemico rispetto a una dimensione individuale. “Accettare che il razzismo è un sistema di potere, significa riconoscere innanzitutto che esso esiste non come fantasia nella mente deviata del razzista, ma come elemento che struttura la nostra società” – si legge nella ricerca. In altre parole, il razzismo si configura come una norma silenziosa, e naturalizzata all’interno delle relazioni sociali.  

Non chiamatela afrofobia. È razzismo 

Attraverso l’indagine è stato possibile analizzare le caratteristiche del linguaggio adoperato dai partecipanti ai focus group. Per l’80% degli intervistati il termine afrofobia sia fuorviante e limitante. Il termine più adoperato da africani e afrodiscendenti per riferirsi all’afrofobia è razzismo, termine che ricorre con una frequenza doppia rispetto ai focus con i bianchi, che preferiscono usare termini meno stigmatizzanti e forse autoassolventi come stereotipo, pregiudizio, diffidenza. Considerando invece il colore della pelle, i bianchi hanno nominato 88 volte in meno dei neri lemmi come colore, pelle, bianco e nero.  

La mappa del pregiudizio 

Nello specifico, sono tre i contesti in cui sono stati analizzati i livelli di consapevolezza rispetto alla presenza dell’afrofobia. Quello della sanità è l’ambito in cui si riscontrato episodi di intolleranza e afrofobia ampiamente diffusi, sia tra i pazienti che tra gli stessi colleghi. Durante alcune interviiste condotte nell'ambito della ricerca, il personale sanitario bianco ha invece portato alla luce alcuni stereotipi in cui si tende a incasellare i pazienti africani e afrodiscendenti. In particolare, i “pregiudizi clinici” si sono rivelati particolarmente problematici, in quanto potenzialmente dannosi per la salute dei pazienti, come riportato nel report “C'è anche un altro rischio che riguarda molto i medici: se ti arriva un paziente africano con vari sintomi tu pensi già in maniera diversa […] un pregiudizio clinico diciamo, uno stereotipo clinico per cui e gli africani devono avere determinate malattie infettive o cose strane”. 

Anche se meno preoccupante, la situazione tra i banchi di scuola è meritevole di riflessioni. Gli episodi di afrofobia avvenuti nel contesto scolastico sono spesso attenuati e considerati riverberi del bullismo o sminuiti come sbavature lessicali (“Può capitare anche a noi di dire, ma senza per questo avere intenzioni diciamo discriminatorie ecco, capita lo scivolone linguistico”). Questa percezione confligge con il vissuto di africani e afrodiscendenti, che evidenziano invece come i bambini africani siano spesso etichettati come più problematici aprioristicamente, rafforzando luoghi comuni e stereotipi. 

L’ambito dell’informazione, infine, risulta essere quello più polarizzante. Secondo l’opinione degli intervistati, L’uso di termini impropri, il ricorso a immagini stereotipate, sono alla base della diffusione di stereotipi e pregiudizi. Africani e afrodiscendenti sono, secondo i partecipanti ai focus, troppo spesso inseriti nelle cornici della criminalità da un lato o del pietismo e vittimismo dall’altro, contribuendo a plasmare una percezione distorta dei fenomeni e della società stessa.  

I partecipanti neri ai focus group, tuttavia, vedono nella comunicazione anche un’occasione per far valere le proprie istanze in materia di cittadinanza e identità. 

Verso un manifesto  

Per cercare di sradicare i fenomeni afrofobici dai focus emerge la necessità di rafforzare la conoscenza su questi temi e proporre percorsi di formazione interculturale e sul razzismo all’interno dei diversi settori lavorativi ed educativi. 

Per questo, durante l’evento di Roma, le realtà aderenti al progetto Champs hanno presentato, “Verso un manifesto”, una carta in materia di afrofobia e razzismo che, tramite l’azione delle associazioni di giovani afrodiscendenti, intende avviare percorsi di contrasto al razzismo e contribuire a decostruire gli atteggiamenti e i linguaggi discriminatori verso le persone di provenienza africana.  

 

© foto in copertina di Paolo Ferrari e Simona Bertarelli, progetto FIAF-CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano"

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