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Il tempo del volontariato che cambia: meno persone, più partecipazione ibrida

L’ultimo report Istat al centro di un incontro promosso da CSVnet e CSV Lazio nell’ambito del progetto “Futuro prossimo”. Cambia il volontariato, non la voglia di impegnarsi: meno adesioni stabili, più esperienze ibride e trasversali che rinnovano le forme di cittadinanza attiva 

di Clara Capponi

Come cambia il volontariato in Italia? Meno diffuso, ma più flessibile, ibrido e consapevole. È la fotografia emersa durante l’incontro online “Il tempo del volontariato. I dati Istat per capire la partecipazione che cambia”, promosso da CSVnet e Csv Lazio nell’ambito del progetto culturale “Futuro prossimo”, con il contributo dei Csv italiani. 

Un appuntamento di approfondimento a partire dai risultati del modulo dedicato al volontariato dell’ultima indagine demoscopica Istat “Uso del tempo” pubblicata a luglio di quest’anno. Ma anche uno strumento di lavoro concreto per le otre 200 fra organizzazioni e Csv collegati, chiamati a leggere i dati per comprendere i cambiamenti in atto e tradurli in strategie operative sui territori. 

Dieci anni di cambiamenti: meno volontari, più partecipazione ibrida 

Nel 2023 i volontari rappresentano il 9,1% della popolazione italiana – circa 4,7 milioni di persone – con un calo di 3,6 punti percentuali rispetto al 2013. La flessione riguarda sia il volontariato organizzato (dal 7,9% al 6,2%) sia gli aiuti diretti (dal 5,8% al 4,9%). Ma accanto a questo dato, cresce la partecipazione ibrida, quella di chi si impegna sia in forme organizzate sia in attività spontanee, segno di un modo di partecipare più fluido e personale

“A distanza di dieci anni, la partecipazione sta diventando più flessibile e ibrida”, ha spiegato Saverio Gazzelloni, della Direzione centrale per le statistiche demografiche e il censimento della popolazione di Istat. “Il volontariato è oggi più diffuso tra adulti e anziani: la fascia dei 65 anni e oltre è l’unica in crescita, segno che anche il concetto stesso di ‘anzianità’ va ripensato, perché al suo interno convivono esperienze e potenzialità molto diverse”. 

Un impegno stabile nonostante la pandemia 

La ricerca Istat mostra che la pandemia ha inciso poco sull’impegno volontario: il 71% dei volontari era già attivo prima del Covid, solo il 2,6% ha iniziato durante l’emergenza e il 26,4% dopo, ma senza un legame diretto con essa. “Solo lo 0,7% ha smesso a causa della pandemia – ha sottolineato Gazzelloni –. La continuità è stata molto forte: ciò che cambia è legato piuttosto a trasformazioni sociali e demografiche profonde, come l’invecchiamento e l’evoluzione delle reti di aiuto informale”. 

Un processo che, secondo Istat, incide anche sulla distribuzione delle attività: calano i gruppi religiosi, sportivi e sanitari, mentre crescono quelli impegnati in cultura, ambiente, protezione civile, sviluppo economico e coesione sociale. 

84 milioni di ore donate in un mese 

Come ha illustrato Tania Cappadozzi, ricercatrice Istat e responsabile della rilevazione nel 2023 i volontari organizzati e coloro che offrono aiuti diretti hanno donato 84,3 milioni di ore nelle quattro settimane rilevate — l’equivalente di 527.000 unità di lavoro a tempo pieno. Ogni volontario ha offerto in media 18 ore al mese, con punte di quasi 29 ore per chi si dedica a entrambe le forme di volontariato. 

“L’impegno nelle attività organizzate è rimasto stabile – ha spiegato – ma si riduce il numero complessivo di ore e di persone coinvolte. Tuttavia cresce la quota di nuovi ingressi: il 15,4% dei volontari è attivo da meno di un anno, e tra gli aiuti diretti c’è un’alta presenza di persone impegnate da oltre trent’anni”. 

Un altro dato significativo riguarda i giovani: “Gli studenti partecipano meno rispetto a dieci anni fa, ma chi lo fa dedica più tempo e continuità all’impegno. È un segnale positivo di qualità della partecipazione”. 

Guidi: “Agire il cambiamento, non subirlo” 

Nel suo intervento, Riccardo Guidi professore associato di Sociologia all’Università di Firenze. ha evidenziato come i dati Istat mostrino una “continuità nel cambiamento”: “Il volontariato è oggi meno stabile, ma più flessibile. Dobbiamo capire se vogliamo subire o agire questo cambiamento. Possiamo provare a interpretarlo, a renderlo generativo”. In particolare Guidi ha individuato quattro grandi tradizioni del volontariato italiano: il volontariato dell’appartenenza, tipico delle Odv e delle Aps; il volontariato non organizzato, fatto di gesti individuali; le esperienze per progetto, come il servizio civile o le iniziative scuola-volontariato; e le nuove forme dal basso, auto-organizzate, spesso attraverso gruppi informali o strumenti digitali. 

“Il volontariato organizzato e quello individuale non sono mondi opposti, ma spazi che si contaminano – ha aggiunto –. Le organizzazioni possono cogliere l’opportunità di ripensare il proprio modello organizzativo per essere più accoglienti e capaci di integrare anche chi partecipa in modo occasionale o leggero”. 

Un fenomeno che cambia, ma resta centrale 

Il quadro che emerge è quello di un volontariato in trasformazione ma ancora centrale per la coesione sociale: meno numeroso, più selettivo e distribuito tra diversi livelli di competenza, ma con una spinta alla solidarietà che si rinnova e si adatta ai bisogni della società. 
Come ha ricordato Cappadozzi, “oggi il volontariato è più variegato, flessibile e adatto ai nuovi bisogni collettivi. Cambiano le modalità, ma resta forte la tensione verso il bene comune”. 

La registrazione dell'incontro, aperto dai saluti istituzionali di Chiara Tommasini, presidente di CSVnet e Mario German De Luca, presidente del Csv Lazio, è disponibile sul canale YouTube e sulla pagina Facebook di CSVnet. 

Scarica le presentazioni illustrate da Saverio Gazzelloni e Tania Cappadozzi.

 

© foto in copertina di Andrea Angelini, progetto FIAF-CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano"

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