Lampedusa: origini di un dramma che può avere soluzione

Riportiamo di seguito la riflessione di Piero Caroleo, vicepresidente del CSV Catanzaro e coordinatore regionale dei CSV calabresi, sulle tragedia di Lampedusa 

di Alessia Ciccotti

È successo di nuovo, a cadenza ormai quasi quotidiana il Canale di Sicilia inghiotte corpi di giovani vite che cercano di raggiungere le nostre coste. Così, giovedì 3 ottobre si è consumata l'ennesima tragedia.

Centinaia di migranti, in gran parte di origine somala ed eritrea, ammassati su un barcone a mezzo miglio dall'isola dei Conigli, al largo di Lampedusa, nel tentativo di segnalare la propria presenza, sembra diano fuoco ad una coperta provocando un incendio che è l'inizio di una tragedia.

A bordo le fiamme si propagano in fretta, molti si tuffano nelle acque gelide e annegano. Pochi sono sopravvissuti. Il bilancio, terribile, potrebbe arrivare a 300 vittime. Una strage. Le persone tratte in salvo sono 155. Certo l'enorme numero di vittime registrato in un solo incidente, è una notizia di rilievo internazionale, ma, purtroppo, il Mediterraneo è da anni un cimitero sottomarino, un luogo in cui hanno già perso la vita circa 6700 persone, secondo Gabriele del Grande di Fortress Europe.

La strage è quindi graduale e permanente e quella di questi giorni si unisce ad un lungo elenco di perdite umane che non ha mai suscitato, fino ad ora, un'indignazione decisiva a determinare un cambiamento nell'approccio dei governi europei al fenomeno degli sbarchi. Eppure l'enormità del numero di persone morte, nel solo Canale di Sicilia, avrebbe già dovuto sollecitare azioni preventive e strategie di vigilanza finalizzate alla protezione degli esseri umani.
Le aree geografiche da cui provengono questi migranti sono territori in cui la crisi assume aspetti drammatici, quelli della lotta per la sopravvivenza. Una crisi difficile da comprendere per i Paesi delle povertà cosiddette "relative". Una crisi profonda, sedimentata nei decenni, per le guerre, le persecuzioni religiose ed etniche, per le dittature e le ingiustizie che tolgono ogni speranza alle persone.

Nel Corno d'Africa, ad esempio, la zona da cui provenivano le donne e gli uomini morti in mare il 3 ottobre, continuano a coesistere da decenni tre livelli di conflitto politico e militare, che si intrecciano e si aggravano reciprocamente. Ci sono conflitti interni ai singoli stati, irrisolti conflitti regionali e, non da ultimo, il Corno d'Africa è una delle aree in cui più grave appare in questo periodo lo scontro con l'estremismo islamico di matrice fondamentalista.
Lo spazio somalo è quello dove i tre livelli del conflitto in atto si manifestano con maggiore gravità. La situazione della Somalia è obiettivamente disperata: per più di venti anni, dopo la caduta del dittatore Siad Barre, è stata priva di uno stato centralizzato, governata da una pluralità di entità statali più o meno autonome. Solo dal 2011 si è riusciti a costruire una forma statale centralizzata, ancora abbastanza fragile e fortemente contrastata dalla guerriglia islamica di Al-Shabbab.

In Eritrea, invece dal 1993 il presidente Isais Afewerki detiene il potere assoluto e tutti i giovani eritrei sono assoldati come militari; un servizio militare senza termine. I giovani non hanno altra scelta e pur volendo o avendo altre attitudini, l'unica professione per loro è quella di militare nell'esercito di regime. Molti di loro quindi fuggono, e una nazione senza giovani è destinata ad impoverirsi in modo difficilmente reversibile.
È stato da più parti osservato che i paesi del Corno d'Africa tendono sempre a classificarsi tra i più poveri del mondo se si considerano criteri di analisi quali il reddito pro capite, l'accesso ai servizi sanitari e lo stato di salute, l'accesso a beni primari e alimentari, l'accesso all'educazione, i livelli di sicurezza e stabilità.
In questo quadro è abbastanza facile immaginare le ragioni per le quali i somali e gli eritrei affrontano viaggi pericolosi e duri, di quasi 5.000 chilometri, per raggiungere l'Europa dove maggiori risultano le possibilità di una vita in pace e le occasioni di dare ai figli un futuro non precostituito.

Insomma le situazioni geo-politiche e le rotte seguite dai migranti sono ben conosciute da tutti e da molto tempo ormai. Eppure l'unico modo che, per esempio, l'Italia adotta per affrontare le conseguenze di quei conflitti e di quelle situazioni è lo stato di "emergenza" come se non sapessimo, come se non dovessimo aspettarci l'arrivo di profughi. Quella parola "emergenza" è quindi per noi quasi irritante. Di emergenza si può parlare quando si deve affrontare un fatto imprevisto, inatteso, ma come è possibile definire in questi termini il fenomeno migratorio dall'Africa che dura da decenni e che non è destinato a fermarsi se non cambieranno le condizioni dei paesi di origine?
Se quella tragedia è avvenuta dobbiamo dire che è anche colpa nostra, di noi Italiani e della comunità internazionale. C'è un difettoso pattugliamento della zona se è vero che il nostro ministro della Difesa dichiara in televisione che solo due unità navali italiane sorvegliano la zona. C'è la non volontà a predisporre corridoi umanitari. C'è l'indifferenza che sommerge e supera lo sconforto collettivo appena si attenua l'attenzione dei media. Ci sono le politiche italiane tutte appiattite sul considerare l'immigrazione solo un fattore di ordine pubblico. E c'è l'incapacità o la non volontà ad organizzare un'attività di accoglienza con le giuste risorse e soprattutto svolta in modo ordinario ed orientata all'integrazione. C'è infine la mancanza in Italia di una legge organica sull'asilo.

La somma di tutte queste condizioni è forse all'origine della tragedia, ma certo l'indignazione nel momento della strage e il disinteresse che subito dopo ci pervade, quando passa l'emozione, stanno diventando insopportabili.
Il nostro quadro politico attuale infine sembra così incoerente e privo di un progetto sociale per il paese che non riusciamo a sperare in un andamento diverso nel futuro. Le sfide della globalità richiederebbero una politica che sappia essere lungimirante, che guardi agli scenari futuri cogliendone le opportunità di crescita socioeconomica e immaginando forme d'integrazione che accrescano gli indicatori di sviluppo umano e civile che anche i movimenti di grandi masse di persone dal sud al nord del mondo possono determinare. Bisogna saper cogliere questi movimenti come una grande opportunità e con come una minaccia.
Speriamo che a Lampedusa non sia affondata anche la speranza.

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Ottobre 2019
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