Il volontariato è un antidoto alle emergenze

Il volontariato è un antidoto alle emergenze

La capacità di un Paese di proteggere le persone dipende anche dalla qualità dei legami sociali e dalla fiducia tra cittadini, organizzazioni e istituzioni. Il 2026, Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, può essere un'occasione particolarmente significativa per l'Italia. Perché il volontariato non comunica soltanto un problema, ma rende visibile la possibilità di fare qualcosa insieme 

di Chiara Tommasini per VDossier

Ci sono questioni che non possono essere affrontate mettendole semplicemente in ordine di priorità. La protezione sociale, la transizione ambientale, la sicurezza sono dimensioni diverse, ma riguardano tutte la possibilità di vivere in una società capace di affrontare i cambiamenti e di garantire alle persone condizioni di vita dignitose.

Il rischio è che, quando le risorse sono limitate e le crisi si susseguono, queste dimensioni vengano rappresentate come alternative. Come se fosse necessario scegliere quale protezione finanziare e a quale invece rinunciare.

Forse dovremmo porre la domanda in un altro modo: che cosa rende una comunità più capace di affrontare i problemi, prima che diventino emergenze e quando diventano emergenze?

La risposta non riguarda soltanto le risorse economiche o l’efficienza delle istituzioni. Riguarda anche ciò che accade dentro i territori: le relazioni tra le persone, la conoscenza dei luoghi, la capacità di riconoscere le fragilità, l’esistenza di organizzazioni e reti che possono attivarsi quando serve.

La sanità, il reddito, la protezione sociale sono forme di sicurezza molto concrete. Lo sono altrettanto la possibilità di vivere in un ambiente sano, di essere protetti dagli effetti degli eventi climatici estremi, di sapere che un territorio è in grado di reagire quando una crisi interrompe servizi essenziali. La questione, quindi, non è decidere quale rischio sia più importante. È capire come aumentare la capacità di una comunità di affrontarli insieme.

È qui che il volontariato può essere guardato da una prospettiva diversa.

Pensiamo a una crisi ambientale, a un’alluvione, a un’interruzione prolungata di un servizio essenziale. La risposta non comincia nel momento in cui arrivano i soccorsi. Comincia prima: nella conoscenza del territorio, nelle relazioni tra le persone, nella capacità di sapere dove sono le fragilità, nella fiducia che permette a un’indicazione di essere ascoltata e a una persona di chiedere aiuto.

Questa capacità non si improvvisa durante un’emergenza. Si costruisce nel tempo.

Il volontariato, soprattutto nelle sue forme organizzate, contribuisce a costruirla perché è presente nei territori, conosce persone e situazioni, crea occasioni di partecipazione e rende possibili relazioni che, in condizioni ordinarie, possono sembrare semplicemente parte della vita quotidiana. In condizioni straordinarie, possono diventare una risorsa decisiva.

È una forma di capitale civile che non sempre riusciamo a vedere e misurare. Ma che diventa evidente quando una comunità deve reagire a uno shock.

Questo non significa attribuire al volontariato compiti che spettano alle istituzioni. Né immaginare che la partecipazione possa sostituire servizi pubblici, infrastrutture o sistemi di protezione. Significa riconoscere che una società resiliente ha bisogno di entrambe le dimensioni: istituzioni capaci di garantire diritti e servizi e comunità capaci di attivarsi, cooperare, condividere informazioni e responsabilità.

È una prospettiva che le politiche europee stanno progressivamente mettendo a fuoco e che trova un riferimento importante anche nel nuovo paradigma della sicurezza umana: la capacità di un Paese di proteggere le persone non dipende soltanto dalle proprie infrastrutture o dalle proprie risorse tecnologiche, ma anche dalla qualità dei legami sociali e dalla fiducia tra cittadini, organizzazioni e istituzioni.

Per questo il 2026 che stiamo vivendo, Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, può essere un’occasione particolarmente significativa per l’Italia.

Le Nazioni Unite non hanno scelto di limitare l’Anno alla celebrazione del volontariato. La risoluzione che istituisce IVY 2026 invita gli Stati a riconoscere e misurare il contributo del volontariato agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, a integrarlo nei processi di programmazione e a rimuovere gli ostacoli che limitano la partecipazione.

È un cambio di prospettiva importante. Significa passare dal riconoscimento del valore del volontariato alla sua considerazione come componente delle politiche di sviluppo.

CSVnet, come focal point nazionale italiano per IVY 2026, intende interpretare questo ruolo innanzitutto come una responsabilità di connessione. Far conoscere le esperienze che già esistono, favorire lo scambio tra territori, organizzazioni e istituzioni, mettere in evidenza il contributo che il volontariato offre alla sostenibilità nelle sue diverse dimensioni.

La rete dei Centri di servizio per il volontariato può dare a questo percorso una particolare profondità territoriale. Nei territori esistono infatti molte esperienze che intrecciano ambiente, inclusione, cura dei beni comuni, educazione, solidarietà e partecipazione. Non è necessario inventare una nuova agenda: occorre spesso riconoscere meglio le connessioni tra quelle che già esistono.

È anche una questione di linguaggio. Preparare una comunità ad affrontare una crisi non significa soltanto dirle che deve avere paura di ciò che potrebbe accadere. Significa darle strumenti per capire i rischi e, soprattutto, possibilità concrete di agire.

Il volontariato ha qui una funzione particolare: non comunica soltanto un problema, ma rende visibile la possibilità di fare qualcosa insieme.

Forse è proprio questa la prospettiva con cui dovremmo guardare alla sostenibilità. Non come una somma di emergenze che si contendono risorse sempre più scarse, ma come la capacità di costruire comunità in grado di prevenire, affrontare e superare i rischi.

Il contributo del volontariato non sta soltanto nelle attività che realizza. Sta anche nella capacità di una società di non trovarsi impreparata quando arriva una crisi.

IVY 2026 ci sta aiutando a riconoscere e raccontare questa capacità. E a portare una domanda dentro le politiche di sviluppo: non soltanto quanto siamo disposti a spendere per proteggerci, ma quante e quali risorse collettive siamo disposti a mettere in campo per farlo insieme.

 

Fonte VDossier

© Foto di Massimo Rinaldi e Rosanna Pezzi da Tanti per tutti

 
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